Francesca Bonafini

Da "Mangiacuore" (Fernandel, 2008) a "Celestiale" (Sinnos, 2018) : l'archivio delle mie pubblicazioni, presentazioni, readings, rassegna stampa

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 Mangiacuore, estratto da pagg. 119-120

I miei pomeriggi portegni li passo bighellonando tra i caffè e le librerie dell’avenida Corrientes.
Non è la prima  volta che scalpiccio in queste strade. Ho conosciuto Buenos Aires negli anni opulenti della parità peso-dollaro del governo Menem, gli anni dell’illusione liberista. Svendevano l’Argentina per pochi denari, saccheggiavano un paese fingendo di promuoverne lo sviluppo. Menzogne. Hanno prodotto milioni di poveri, rifiuti umani da gettare nelle discariche delle periferie.
Menzogne. Male parole, materia impalpabile che forgia la realtà. Il mondo è fatto di questa pasta e di questa parola.
Chiamarsi fuori, lasciar andare, lasciar perdere.
Le cose vadano per proprio conto, che vadano.
Io non lo so se ce la faccio, lasciar andare.
Pochi mesi fa, a Buenos Aires scendevano in strada con la collera in mano. Non c’erano più parole, non bastavano. Una moltitudine di persone parlava picchiando sui tegami. Il rumore ha una sua forza disperata, il rumore è l’esasperazione che non trova più verbo per dirsi.
Mi siedo in un caffè e penso che anch’io, forse, sono arrivata a questo.
Però ho comprato lo stesso dei libri, a Buenos Aires. Li tengo in un tascapane sfilacciato che acquistai al mercato della Montagnola a Bologna, tanti anni fa. In questa sacca ci ho trasportato decine e decine di volumi, milioni di costruzioni verbali a tentare un senso.
Estraggo i miei acquisti, li appoggio sul tavolino. Mi domando cosa ci facciano adesso nel mio tascapane. Forse sarebbe meglio tenerci dentro una padella e un coltello lungo per sbatterci sopra.

buenos aires
(Mangiacuore, estratto da pagg. 119-120)

Illustrazione di Benito Mascitti

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Mangiacuore, estratto da pagg. 12-13


ragazza_del_nord_sul_pontile

Roma Termini. Tutte le volte che scendo dal treno mi tremano le gambe. Percorro il binario, quella sua breveinfinita lunghezza, e mi tremano le gambe. Porca vacca in che cavolo di casino mi sono cacciata. Eh, lo so. Sono brava a buttarmi nei casini, io. Un talento di quelli spiccati, evidenti, indiscutibili. Ma non faccio mica apposta. Mi viene naturale, ecco, forse è quello: mi viene naturale.
Alfredo non era previsto.
Non era previsto. Punto.
Del resto, troppe cose non erano previste.
Sai cos’è che succede? Succede che da piccoli si pensa che la vita sia in un modo tutto bello e che tutto vada bene e che a me mica mi capitano le cose incasinate oscure, perché anch’io come gli altri ho da fare robe giuste e importanti e soprattutto normali secondo la norma stabilita e impacchettata come lo stoccafisso, ed è ovvio che ce la farò. Invece poi succede che ti tremano le mani e non ce la fai mica più a fare quello che devi. Succede che ti sembra tutto troppo diffcile per te, che sei debole, troppo minuscola per i progetti, anche quelli piccoli piccoli borghesi. Anche quelli. Però, bene o male, saresti capace anche tu di trovarti un lavoro e un marito e dei figli e una casa perché si fa così e perché lo fanno tutti. Saresti capace, ma non vuoi. Perlomeno non adesso, non subito. Perché? Boh.
Sarà che ti piove sulla testa un tormento che dio lo manda e non hai riparo e te lo becchi tutto addosso, e allora comincia la fatica di andare per le strade con i vestiti fradici di quel tormento lì che la gente ti guarda con occhi torvi, perché non lo capisce proprio niente quel travaglio. La gente non li capisce proprio quei vestiti pesanti di pioggia tormentosa e dice ma perché non se li toglie e si dà una regolata.
Eh, bravi. Ma la pioggia è andata fin giù nelle ossa. I vestiti li puoi anche asciugare, cambiare, metterti sopra l’abito buono a nascondere le ossa marce. Che poi è quello che fai quando esci e vai in mezzo alla gente: nascondere la malattia.
Perché la gente, di giorno fa le cose giuste e di notte dorme il sonno dei giusti, e tu invece non dormi mica più. Tu non sei dalla parte dei giusti. Tu hai dentro una cosa maledetta che ti porta lontano. Ti tocca partire.
Certi pezzi di viaggio te li devi macinare sulla strada. Andarteli a cercare nei vicoli.
Io, a me, mi è capitato un giorno di andare a Milano.

bambini a milano
(Mangiacuore, estratto da pagg. 12-13)

Illustrazioni di Benito Mascitti

Bestemmia

Bestemmia

Riallacciandomi al poscritto di G. (vedi post “Mangiacuore a Rebibbia, la lettera di G.”), prendo l’occasione per affrontare la questione bestemmie.
L’inserimento di alcune bestemmie nel romanzo è una scelta per certi versi impopolare, che può urtare la sensibilità di qualcuno e allontanarlo da un testo che, per contrario, è profondamente “religioso” (e usando questo termine penso soprattutto alla religiosità autentica di Pasolini, di Testori, di Tondelli, se posso permettermi di accostare questi nomi alla mia piccola e umile prova narrativa…). Per parte mia, non ho compiuto questa scelta con leggerezza, né per scandalizzare, né per seguire certe mode letterarie… niente di tutto ciò.
Le ragioni per cui ho deciso di lasciare che Alfredo si esprimesse talvolta in modo così crudo sono fondamentalmente due (e la seconda è quella essenziale e ineludibile):
1) In alcuni momenti di particolare rabbia o dolore, nessuna imprecazione di diverso tipo sarebbe stata credibile in bocca ad Alfredo. Quindi, diciamo, la bestemmia ha innanzi tutto una funzione mimetica della realtà.
2) La bestemmia può anche essere preghiera disperata. In bocca ad Alfredo, la bestemmia non è l’intercalare che raggiunge ogni giorno le nostre orecchie (per altro, senza scandalizzare nessuno, tanta è la consuetudine), bensì richiesta di aiuto, di risposte, di senso.
La bestemmia, in questo caso, è il grido di Giobbe che chiede perché.
Cristo in croce grida “padre mio, perché mi hai abbandonato?”: non è forse questa una bestemmia?
E l’immagine di Cristo non si rispecchia forse in ogni dolente, in ogni “ultimo”, in ogni emarginato?
Violenza, sopraffazione, menzogne, omicidi, guerre, indifferenza… queste sono le vere bestemmie, e di queste dovremmo scandalizzarci.
Non del grido di un uomo che invoca aiuto.

Francesca.

bomb
Illustrazione di Benito Mascitti

 

Mangiacuore nel carcere di Rebibbia

 MANGIACUORE

A REBIBBIA

alfredo in carcere

Da poco meno di un mese una copia di Mangiacuore è entrata nel carcere romano di Rebibbia e passa di mano in mano suscitando reazioni di entusiasmo e partecipazione.
Per me questo è un regalo bellissimo.
Uno dei miei lettori di Rebibbia ha voluto scrivere la sua piccola recensione a Mangiacuore e io mi sento onorata di pubblicarla qui.

Queste sono le parole di G., dal carcere di Rebibbia:
 "Mi trovo, in questo momento, in un “ruolo” che, indubbiamente, non mi compete, ma che affronterò con tutta l’onestà intellettuale di cui sono capace. Commentare, o tentare di commentare un libro, come, più in generale, qualsiasi racconto, è impresa assai ardua: ogni storia umana, anche la più apparentemente banale, narra un qualcosa di intimo e personale e quindi, proprio per questi aspetti, unica e inconfutabile. Il libro che ho letto (si legge anche in due giorni) è avvincente e scorrevole per la tecnica adottata dalla scrittrice, una sorta di carteggio introspettivo, un dialogo epistolare con il proprio io. In entrambi i casi, sia che parli Alfredo, sia che lo faccia la sua “ragazza del nord”, i protagonisti di questa struggente e distruttiva, quasi autolesionista storia d’amore, redigono un diario della propria coscienza, in cui riversano, senza filtri o pudore (forse), le proprie sensazioni, i propri sentimenti, le ansie e le problematiche legate alla quotidiana lotta per la sopravvivenza, che, volontariamente o involontariamente (a seconda della prospettiva da cui si osserva la narrazione), i due ragazzi hanno ingaggiato con la tossicodipendenza e con il male di vivere, costante, universale delle generazioni più giovani, forse, di tutti i tempi…
Data la sensibilità del mio carattere più che la mia condizione attuale, io ho un debole per le “vite sofferte” e, segnatamente, per le tematiche trattate in Mangiacuore. Ho sempre ritenuto che la sofferenza e il dolore, spesso, siano le fonti e le basi su cui proliferano amore, amicizia, arte, poesia, terreno fertile per il riscatto dell’Uomo al cospetto della Vita e delle sue difficoltà. Nei “luoghi del dolore”, e nella sua condivisione, c’è più spazio per la solidarietà (quella vera e sincera, quella disinteressata), per il mutuo soccorso e la nascita di nuove idee. Nel corso dei miei anni mi è capitato spesso di trovare un fiore nel fango…
La storia di questi due ragazzi di oggi, Alfredo e la ragazza del nord, è la loro storia, ma potrebbe essere la storia di ognuno di noi, e, forse, lo è stata per davvero. La paura di amare, il cosiddetto “male di esistere” tanto caro alla psicologia moderna, la depressione che segna la fine del “viaggio” della ragazza del nord, il rifugiarsi in qualcosa, in qualsiasi cosa, l’autodistruggersi per difendersi da queste paure, che la modernità ha accentuato anziché lenire, sono sensazioni comuni, che in molti abbiamo provato. La scomparsa dei valori tradizionali della famiglia, della scuola e di tutte le microsocietà che sono state, e dovrebbero ancora essere, la base ed il sostegno della nostra, come di altre, ed in altri tempi e luoghi, società, hanno creato, specialmente nelle fasce giovanili, degli scompensi che, in un modo o nell’altro, andavano colmati. Ed è qui (o lì!) che subentra, si apre il “buco”, il rifugio in cui infilarsi per fuggire dal vuoto esistenziale dei nostri giorni. Un buco che non è necessariamente “sostanza”; un buco in cui nascondersi può essere tutto: la violenza, la maleducazione, l’ipocrisia, la ribellione alle regole, tutte le “maschere” che, come il buco, sono il segno del malessere. L’autrice ne ha scelto uno (di problema), quello della tossicodipendenza, l’”anestetico” per sedare l’esuberanza ”ormonale” della nostra “meglio gioventù”, il flagello che si è drammaticamente abbattuto in maniera diffusa (la sua presenza primigenia risale a tempi ben più antichi dei nostri) sulle umane generazioni, il dramma di una società, la nostra, quella occidentale, che, annientando i suoi valori migliori, distrugge il suo futuro, nella tragica implosione del collasso su se stessa. Mangiacuore è un resoconto minuzioso e dettagliato di una.. (parola non decifrata,ndr), che trasversalmente attraversa le nostre città, giorni in cui due giovani si incontrano, si cercano, senza trovarsi mai, e fuggono dal proprio amore, si compenetrano, ma forse, mai abbastanza. Due ragazzi che, nel disperato tentativo di salvarsi, si annullano vicendevolmente, due giovani che, nella reciproca volontà di conoscersi veramente, perdono se stessi.
A prescindere dalla scelta del fulcro intorno al quale ruota Mangiacuore, la tossicodipendenza appunto, sono molteplici i temi affrontati dalla scrittrice: fra i più rilevanti che ho apprezzato e condiviso ci sono quello dell’unicità dell’individuo, dell’unicità, e per questo “specialità” di ognuno di noi, con i pregi e difetti correlati, quello dell’Amore come punto del sacrificio, fondato sulla dedizione, sulla sincerità e sulla pazienza, quello delle maschere che, purtroppo, quasi ognuno di noi è costretto ad indossare, in un mondo che ci fa tutti prigionieri, quello della menzogna e quello dell’importanza delle parole, ed infine l’”inno” al silenzio, il tema della solitaria ricerca dell’io interiore, la ricerca di se stessi, il tutto concentrato nell’aspra critica allo stigma sociale, che punisce ma non cura, MAI.
PS. L’unico appunto che mi permetto di muovere all’autrice è l’eccessivo utilizzo della bestemmia… Non c’è bisogno di scomodare il Padreterno per rendere crudo e realistico un senso che, per il tema trattato, lo è di per sé!"

Roma, 13 febbario 2008
G.

                                                                        
                                                                                                         
                                                                      
Io, semplicemente, ringrazio G. per le sue parole.
Spero di poterlo fare personalmente quando ad aprile Mangiacuore entrerà in carcere sotto forma di spettacolo teatrale… e riguardo a questo, spero di potervi dare presto notizie.
Francesca.

Illustrazione di Benito Mascitti


L’incipit della ragazza del nord
(Mangiacuore, estratto da pagg. 9-10)

manocuore_a_Ostia

Ad averlo saputo per tempo, ad aver intuito precocemente l’alta e perigliosissima densità tossica insita nell’indicibile profumo divino di Alfredo (e infatti non mi ci provo a dirlo, io, l’ineffabile), col cavolo che mi ci sarei parata davanti senza la minima precauzione (bombole di ossigeno, maschera antigas, camera iperbarica mobile).
Essendo l’aroma emanato dalla sua pelle una sostanza psicoattiva atta a stimolare il sistema nervoso centrale, sarebbe stato auspicabile, da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico, allegare alla sua persona un foglietto illustrativo al fine di chiarire minuziosamente almeno le controindicazioni connesse all’uso, oppure un semplice e da chiunque facilmente comprensibile avvertimento (del tipo attenzione attenzione sostanza pericolosa che, sniffa oggi sniffa domani, va a finire con la dipendenza che cattura le budella e non le
vuole mollare più).
A saperlo, ci si può anche regolare. Almeno limitare l’esposizione,
se non è proprio possibile evitarla del tutto.
E invece no. Alfredo circola impunito a far danni irreparabili, con l’aggravante di portarsi addosso una bocca che non si sa mica chi possa averla inventata così bella e piena di carne che viene smania di assaggiarla e una fame di carne che non te la togli e ti si presenta durante il sonno notturno sotto forma di lonza leggera e presta molto, e alla mattina tocca anche mettersi a fare l’ermeneuta dei sogni. Ma come se non bastasse, il farabutto ha perfino l’arditezza di guardare con uno sguardo grigioverde che esorta inequivocabilmente al banchetto carnale, nonché la sfrontatezza di attivare gli organi della fonazione emettendo suoni splendidamente baritonali e
ipnotici al fine di alterare la funzione percettiva degli astanti.
Inoltre, egli non si cura affatto di celare pudicamente l’angelica capigliatura nera e maledetta come l’inferno, e neppure si preoccupa di evitare che inermi occhi altrui si espongano al pericolo di appoggiarsi sul suo corpo di giovinetto della Grecia antica (quelli che piacevano ai filosofi), corpo adolescente nonostante
abbia egli raggiunto l’età di gesucristo crocifisso.
Ecco dunque scientificamente spiegato il motivo per cui mi ritrovo, mio malgrado, a salire su un treno in preda alla più tremenda delle astinenze (vampate di caldo alternate a brividi di freddo, lacrimazione, crampi) con il solo scopo di raggiungere Alfredo nella sua città, luogo in cui soggiornò per un certo numero di anni il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, il quale (come dimostrano i lunghi studi da me compiuti sulla sua opera) dall’osservazione della figura di Alfredo trasse oltremodo ispirazione.

alfredo tra i palazzi

 

(Mangiacuore, estratto da pagg. 9-10)

Illustrazioni di Benito Mascitti

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L’incipit di Alfredo
(Mangiacuore, estratto da pagg. 10-11)


Mangiacuore-rovine

Io non so se ce la faccio.
A guardarmi alle spalle, vedo soltanto rovine. Ma non le rovine di Roma antica. Quelle non mi fanno paura, e mi piace camminarci dentro.
La mia Roma di rovine ha i muri scrostati di Centocelle dove sono stato bambino e poi ragazzo e poi la mia famiglia si è trasferita a Monte Sacro. Però a Centocelle ci tornavo con il motorino tutti i pomeriggi dopo la scuola, perché lì avevo gli amici, che forse amici non erano. Forse, era solo un trascinare in gruppo le nostre solitudini cercando un senso.
disperazioneIo, in tutto quel cercare, mi sono trovato per le mani anche la polvere. Dicevano che era buona e che calmava l’angoscia. 
Era vero e mi piaceva e mi sentivo forte e non avevo più paura. Poi ho iniziato a venderla, e questo mi dava la sensazione di essere importante, tutti mi cercavano e mi rispettavano. Ero come un dio, ero potente. Avevo finalmente la mia bella maschera la indossare e non mi sentivo più inferiore a nessuno e guadagnavo un mucchio di soldi, che sono tutte cose che per la gente hanno valore. Poi succede che la polvere copre tutto e non esiste più nulla all’infuori di lei. Eppure credevo di abbracciare il mondo intero.
In realtà, non avevo capito un cazzo. Ci ho impiegato molti anni per capire. Anzi, forse ancora non ho capito un bel niente. L’unica cosa che so è che se guardo indietro vedo una discarica, e mi sembra che sia quello il mio posto.
C’è una ragazza del nord che viene a cercarmi e mi dice cose belle nell’orecchio e mi bacia a lungo. Non ha paura delle mie cicatrici. Mi legge pagine che non lo so proprio da che libri vengono, puliscono le piaghe ma anche fanno male un bel po’. Mi abbraccia e dice che sono tossico e creo dipendenza e che le tocca fare tutti quei chilometri per avere la sua bella dose di me, e allora ridiamo insieme e ogni cosa diventa più leggera.
In quei momenti non ci penso, alla discarica. Ma sono solo momenti. Chiuso in una stanza insieme a lei mi pare che posso anche raccontarmi senza fingere, ma non sempre ci riesco.
Poi esco fuori e mi sento addosso gli sguardi.
Soprattutto, mi sento addosso il mio.
Lo so che per distoglierlo basterebbe toccare la polvere ancora una volta, e poi ancora. Ma io non voglio. Però non lo so, se ce la faccio. Mi sembra che se non torno indietro devo mettermi una maschera nuova che su di me non è nemmeno credibile e mi sento ridicolo.
La ragazza dice che non è obbligatorio mettersi le maschere, ma a me mi pare che il mondo vada avanti così.

 

Mangiacuore - maschere

 

(Mangiacuore, estratto da pagg. 10-11)

Illustrazioni di Benito Mascitti

Mi prendo la responsabilità delle parole che scelgo

Copio e incollo una breve intervista.
Con le risposte che vengono dalla mia bocca.
Io mi chiedo solo una cosa, e la domando anche a voi: se io scrivo il sostantivo "menzogna", perché qualcuno pensa che sia giornalisticamente più appropriato sostituirlo con "bugie"?  Ma secondo voi, ha più forza dire "menzogne" o "bugie"?
Ma al di là di questo, ognuno può scegliere il vocabolario che vuole… se uno vuole dire bugie, libero di parlare come più gli aggrada.
Però, se io scelgo di dire "menzogna", perché mi si mette in bocca un’altra parola? E soprattutto, perché senza avvertirmi?
Mi prendo la responsabilità delle mie parole, giuste o sbagliate che siano. Ritengo un po’ fastidioso che altri parlino a nome mio. Sono anche pronta a mettermi in discussione (e chi mi conosce lo sa bene), ma è un po’ difficile farlo se nessuno mi avverte che le mie parole vengono arbitrariamente modificate a mia insaputa.

TRE DOMANDE A FRANCESCA BONAFINI

Mangiacuore”: perché questo titolo?

Alfredo e la ragazza del nord, protagonisti e voci narranti del romanzo, raccontano una storia mangiacuore: lui è un eroinomane che vuole piantarla con la droga, e per riuscirci ha bisogno soprattutto di trovare una ragione per cui vivere e il coraggio di reinventarsi un’esistenza di fronte allo spietato sguardo degli altri. Lei è una che sembra avere la certezza che un motivo per cui vivere c’è. Si incontrano in una comunità di recupero della periferia milanese, dove lui è internato e lei fa la volontaria: una volta terminata l’esperienza di volontariato, lei ritorna a Bologna, la città in cui abita, mentre Alfredo scappa a casa, a Roma. Ma si cercheranno, perché qualcosa li accomuna e li attrae: Alfredo e la ragazza del nord non sono poi tanto diversi…
Da quel momento in poi, tutto quello che vivranno assieme (e ne accadono di tutti i colori), è una storia mangiacuore dal finale inatteso e spiazzante.

Una scrittrice che si presenta al suo esordio con un romanzo d’amore sociale: che coraggio… Come è nata l’idea di parlare di eroina nel 2008?

L’idea è nata da una breve esperienza di volontariato in una comunità di recupero per le tossicodipendenze: ascoltare le storie di quei ragazzi mi ha portato alla consapevolezza che il confine tra costruzione e distruzione è molto labile. Basta poco per cadere, soprattutto oggigiorno, che viviamo nell’incertezza più totale.
Ma il nocciolo tematico, più che la droga o l’amore tra i due protagonisti, è la tormentata ricerca di senso che passa attraverso il dialogare di Alfredo con la sua ragazza: c’è qualcosa di autentico da qualche parte, oppure le nostre esistenze si basano interamente sulla menzogna? Questa è la domanda fondamentale che sta alla base del romanzo.

Mangiacuore è un romanzo a due voci, lui si chiama Alfredo, è in corsa con la vita, a trentatre anni cerca di smettere di bucarsi per ricominciare da capo, ha una famiglia partecipe di tutta la storia, una casa da cui fugge ma che è sempre presente. Lei, rimane per tutto il romanzo “la ragazza del nord”, senza nome, solo un breve accenno al padre e alla madre alla fine, e il resto avvolto in una nebbia padana. Come mai?

La scelta di non dare un nome al personaggio della ragazza del nord non è casuale, perché lei e Alfredo sono due facce della stessa medaglia, potrebbero rappresentare le voci antitetiche che tutti noi ci portiamo dentro: la voce della speranza e quella del disincanto, quella della costruzione e quella della distruzione. Alfredo e la ragazza del nord potrebbero anche essere la stessa persona che si dibatte tra la disperazione del vuoto e la volontà di trovare un motivo per cui vivere.
Il romanzo è costruito sull’alternanza di queste due voci, che è un dialogare continuo perché la costruzione di un senso passa necessariamente attraverso la parola: una parola che scava e che smaschera.

 

Scarica le prime pagine di Mangiacuore

Mangiacuore front

Mancano pochi giorni all’uscita di Mangiacuore in libreria, nel frattempo:

puoi leggere la scheda del libro sul sito di fernandel:
http://www.fernandel.it/index.php?option=com_jbook&task=view&Itemid=&catid=&id=143

e scaricare le prime pagine del romanzo!

Clicca qui:mangiacuore-prime pagine

5 febbraio 2008: esce Mangiacuore

Mangiacuore front

Mangiacuore inizia a camminare con le proprie gambe il cinque febbraio 2008, giorno della sua uscita in libreria.
Tutto ciò che viene prima è la vicenda della lunga gestazione di un romanzo: parole che all’inizio balbettano in testa confuse, e che ad un certo punto cominciano a prendere ritmo e forma. E’ un lungo lavoro di costruzione, e poi di lima. Un lavoro di paziente artigianato.
Alla base di tutto c’è una storia che bisognava raccontare. Una storia che non poteva perdersi nel nulla.
Mangiacuore ha poi trovato il suo editore in Fernandel (www.fernandel.it).
Questo diario in rete nasce con l’intento di raccontare la vita di Mangiacuore non solo a partire dalla sua uscita (presentazioni, readings, recensioni, aneddoti, curiosità) ma anche cercare le radici e le ragioni di questo romanzo. Un’immersione che faremo piano piano, senza fretta alcuna, perché i tempi della scrittura sono necessariamente lunghi, e anche in un diario si procede alternando riflessioni maturate con lentezza ad illuminazioni improvvise, piccole epifanie. Un viaggio che ci porterà anche a cercare i fili dell’intricato tessuto che conducono ad altri testi e ad altri autori, perché un libro nasce dal dialogo con i libri che sono venuti prima.
Ma cercare il senso (o, per meglio dire, i sensi molteplici) di un testo, è un lavoro che si fa insieme agli altri. L’autore è solo uno degli infiniti interpreti di una storia e del suo significato.
Questo diario è aperto a tutti quelli che vorranno leggere Mangiacuore e far sentire la propria voce.
Sarà un laboratorio di lettura a partire dal quale incontreremo altri libri, altre storie, altre riflessioni sul nostro traballante stare nel mondo.
Ma soprattutto sarà un viaggio fatto insieme, perché non può essere altrimenti.

Francesca Bonafini.