Mi prendo la responsabilità delle parole che scelgo

di Francesca Bonafini

Copio e incollo una breve intervista.
Con le risposte che vengono dalla mia bocca.
Io mi chiedo solo una cosa, e la domando anche a voi: se io scrivo il sostantivo "menzogna", perché qualcuno pensa che sia giornalisticamente più appropriato sostituirlo con "bugie"?  Ma secondo voi, ha più forza dire "menzogne" o "bugie"?
Ma al di là di questo, ognuno può scegliere il vocabolario che vuole… se uno vuole dire bugie, libero di parlare come più gli aggrada.
Però, se io scelgo di dire "menzogna", perché mi si mette in bocca un’altra parola? E soprattutto, perché senza avvertirmi?
Mi prendo la responsabilità delle mie parole, giuste o sbagliate che siano. Ritengo un po’ fastidioso che altri parlino a nome mio. Sono anche pronta a mettermi in discussione (e chi mi conosce lo sa bene), ma è un po’ difficile farlo se nessuno mi avverte che le mie parole vengono arbitrariamente modificate a mia insaputa.

TRE DOMANDE A FRANCESCA BONAFINI

Mangiacuore”: perché questo titolo?

Alfredo e la ragazza del nord, protagonisti e voci narranti del romanzo, raccontano una storia mangiacuore: lui è un eroinomane che vuole piantarla con la droga, e per riuscirci ha bisogno soprattutto di trovare una ragione per cui vivere e il coraggio di reinventarsi un’esistenza di fronte allo spietato sguardo degli altri. Lei è una che sembra avere la certezza che un motivo per cui vivere c’è. Si incontrano in una comunità di recupero della periferia milanese, dove lui è internato e lei fa la volontaria: una volta terminata l’esperienza di volontariato, lei ritorna a Bologna, la città in cui abita, mentre Alfredo scappa a casa, a Roma. Ma si cercheranno, perché qualcosa li accomuna e li attrae: Alfredo e la ragazza del nord non sono poi tanto diversi…
Da quel momento in poi, tutto quello che vivranno assieme (e ne accadono di tutti i colori), è una storia mangiacuore dal finale inatteso e spiazzante.

Una scrittrice che si presenta al suo esordio con un romanzo d’amore sociale: che coraggio… Come è nata l’idea di parlare di eroina nel 2008?

L’idea è nata da una breve esperienza di volontariato in una comunità di recupero per le tossicodipendenze: ascoltare le storie di quei ragazzi mi ha portato alla consapevolezza che il confine tra costruzione e distruzione è molto labile. Basta poco per cadere, soprattutto oggigiorno, che viviamo nell’incertezza più totale.
Ma il nocciolo tematico, più che la droga o l’amore tra i due protagonisti, è la tormentata ricerca di senso che passa attraverso il dialogare di Alfredo con la sua ragazza: c’è qualcosa di autentico da qualche parte, oppure le nostre esistenze si basano interamente sulla menzogna? Questa è la domanda fondamentale che sta alla base del romanzo.

Mangiacuore è un romanzo a due voci, lui si chiama Alfredo, è in corsa con la vita, a trentatre anni cerca di smettere di bucarsi per ricominciare da capo, ha una famiglia partecipe di tutta la storia, una casa da cui fugge ma che è sempre presente. Lei, rimane per tutto il romanzo “la ragazza del nord”, senza nome, solo un breve accenno al padre e alla madre alla fine, e il resto avvolto in una nebbia padana. Come mai?

La scelta di non dare un nome al personaggio della ragazza del nord non è casuale, perché lei e Alfredo sono due facce della stessa medaglia, potrebbero rappresentare le voci antitetiche che tutti noi ci portiamo dentro: la voce della speranza e quella del disincanto, quella della costruzione e quella della distruzione. Alfredo e la ragazza del nord potrebbero anche essere la stessa persona che si dibatte tra la disperazione del vuoto e la volontà di trovare un motivo per cui vivere.
Il romanzo è costruito sull’alternanza di queste due voci, che è un dialogare continuo perché la costruzione di un senso passa necessariamente attraverso la parola: una parola che scava e che smaschera.

 

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