Francesca Bonafini

Da "Mangiacuore" (Fernandel, 2008) a "Celestiale" (Sinnos, 2018) : l'archivio delle mie pubblicazioni, presentazioni, readings, rassegna stampa

Categoria: I costruttori di senso – libri per la pace

La pratica narrativa come atto politico: costruire passioni alternative al culto della morte

In altre parole, questa non è la rivolta dell’islam o dei musulmani, ma un problema che riguarda due categorie di giovani. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.”
(Olivier Roy, da “L’islam è un pretesto”, su Internazionale del 27 nov./3 dic. 2015)

Il bellissimo articolo di Olivier Roy sulla pretestuosità della fede religiosa dei jihadisti mette in primo piano il dato anagrafico, ovvero la giovinezza dei combattenti, elemento che a me è sempre sembrato particolarmente rilevante, benché spesso trascurato dai vari commentatori delle complesse e tragiche vicende della contemporaneità. Forse perché trascurarlo è funzionale ai poteri, quali essi siano, che della carne da macello pronta a immolarsi per una causa si servono da che mondo è mondo? È un’ipotesi possibile.

L’oggetto di qualsiasi idolatria è sempre un pretesto: il problema è dunque l’idolatria in sé, non l’oggetto. Non è una questione di religione islamica come qualcuno, strumentalmente, vorrebbe farci credere.
Il “tifoso” che va allo stadio a menare le mani ha a cuore solo il proprio desiderio narcisistico di menare le mani: della squadra di cui si dichiara sostenitore non gliene importa in realtà un fico secco. Così il terrorista.

La giovinezza va sempre cercando appartenenze forti, radicali, manichee, e l’Is offre, truffaldinamente, una causa per cui sacrificarsi. Fermo restando che, per come la penso io, qualsiasi causa che richieda violenza, nonché il sacrificio della propria e della altrui vita, è sempre truffaldina, ciò che Olivier Roy rileva nell’attrazione che l’Is esercita sui giovani – e in particolar modo i cosiddetti foreign fighters, che non hanno motivo alcuno di risentimenti di stampo economico o politico – è soprattutto l’elemento nichilistico, che è il vero motore di ogni pratica terroristica. 

Roy chiude l’articolo con queste parole:

Quanto ai convertiti, scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro. Entrare nell’Is significa avere la certezza di poter seminare il terrore”.

Il perdente radicale - EnzensbergerLeggendo l’articolo di Roy mi è tornato in mente un breve saggio di Enzensberger intitolato Il perdente radicale, uscito nel 2006 (in Italia nel 2007). E mi è venuto in mente non a caso: qualche giorno fa, mentre lo rileggevo, ho trovato, infatti, tra le indicazioni bibliografiche a cui l’autore fa riferimento a sostegno della propria argomentazione, proprio un testo di Olivier Roy del 2004 (“Globalized Islam: The search for a new Ummah”).

Scrive Enzensberger:

“Che il terrorismo danneggi gravemente non solo l’immagine dell’islam, ma anche le condizioni di vita dei suoi adepti in tutto il mondo, agli islamisti non importa proprio nulla, come non importava ai nazionalsocialisti la rovina della Germania. In quanto avanguardisti della morte, non hanno riguardi per la vita dei loro confratelli. Per gli islamisti, il fatto che per la maggior parte i musulmani non abbiano alcuna voglia di far saltare in aria se stessi e altri dimostra unicamente che essi non hanno meritato di meglio della loro liquidazione”.

E, ancora, sul parallelo con i nazisti:

“Alla fine della Repubblica di Weimar vasti strati della popolazione si sentivano perdenti. I dati oggettivi sono eloquenti; tuttavia la crisi economica e la disoccupazione non sarebbero bastate per portare Hitler al potere. Occorreva una propaganda mirata al fattore soggettivo: il rancore narcisistico suscitato dalla sconfitta del 1918 e dal trattato di Versailles. La maggior parte dei tedeschi cercava la colpa presso altri. […] La bruciante sensazione di essere perdenti poteva essere compensata solo dalla fuga in avanti, nella megalomania. Fin dall’inizio impazzava nelle teste dei nazionalsocialisti il fantasma del dominio mondiale. Quindi i loro obiettivi erano sconfinati e non negoziabili; in questo senso erano non solo irreali, ma impolitici. Nessuna considerazione degli assetti mondiali era in grado di convincere Hitler e i suoi seguaci che la guerra di un piccolo paese mitteleuropeo contro il resto del mondo era destinata al fallimento. Al contrario. Il perdente radicale non conosce la risoluzione del conflitto, il compromesso, in grado di coinvolgerlo in un normale intreccio di interessi e di disinnescare la sua energia distruttiva. Quanto più assurdo il suo progetto, tanto più fanaticamente lo persegue. Non è peregrina l’ipotesi che Hitler e i suoi accoliti mirassero non a vincere, ma a radicalizzare e perpetuare il loro status di perdenti. Naturalmente la rabbia accumulata si scaricò in una guerra di sterminio senza precedenti contro tutti gli altri che ritenevano responsabili delle loro sconfitte – in primis si trattava di far fuori gli ebrei e tutti i nemici del 1919 –, ma non intendevano affatto risparmiare i tedeschi. Il loro vero obiettivo non era la vittoria, ma lo sterminio, il dissolvimento, il suicidio collettivo, la fine con orrore.

Ebbene, cosa possiamo fare noi di fronte a tutto questo?

Forse, l’unica azione davvero praticabile, concretamente praticabile, per lo meno per quel che riguarda le nostre piccole vite, è lo sforzo di costruire, giorno per giorno, ognuno secondo le proprie capacità e i propri mezzi, non solo l’attitudine all’accoglienza e il senso dell’alterità, ma anche la possibilità di passioni alternative al culto della morte. Che, in quanto alternative al culto nichilistico della morte, non sono mai idolatriche.

Questa è anche, io credo, la responsabilità del narratore.
A questo proposito, da un’intervista su Letteratitudine (estate 2014):
“[…] E infatti, gira e rigira, si torna poi sempre alla faccenda della carne, perché si possono fare tante belle e dotte disamine politiche, economiche e sociali, ma alla fin fine, se ognuno di noi fosse intimamente persuaso che mai, per nessun motivo, è lecito uccidere, perché ogni vita è unica e irripetibile, non credi che sarebbe tutto un po’ più semplice? La via del dialogo per la risoluzione dei conflitti non sarebbe forse maggiormente percorribile? Certo c’è sempre qualcuno a cui non conviene la via del dialogo. Ma se coloro i quali traggono profitto dai focolai di conflittualità diffusa fossero infine anch’essi persuasi dell’inviolabilità di ogni vita? Il cambiamento veramente rivoluzionario è sempre un processo individuale, è in rapporto con la trasformazione delle coscienze individuali.
 Sta di fatto che io, guardandomi attorno e leggendo i giornali, perlopiù ammutolisco. Mi sento impotente, inadeguata. Percepisco nettamente la carenza dei miei mezzi, delle mie poche competenze, ma anche di eventuali parole buttate lì nell’immediatezza dei fatti, parole che inevitabilmente suonerebbero vacue, inutili e imprecise. E mi chiedo: in che modo posso tirar fuori la mia piccola voce? Mi rispondo: narrando. Raccontando storie minuscole. Virginia Woolf, ne “Le tre ghinee”, alla domanda su come si possa prevenire la guerra risponde: si previene non con la valutazione della situazione politica internazionale, bensì attraverso la narrazione di biografie. Raccontare storie di vita è l’antidoto migliore alla guerra, scrive Adriana Cavarero, che ricorda anche di quanto Hannah Arendt tenesse in considerazione, come vero e proprio atto politico, la pratica narrativa, che ha il merito di mettere in primo piano l’unicità dell’essere umano. Narrare: un antidoto alla guerra che scommette su un futuro sempre di là da venire, un antidoto lungimirante, volto alla trasformazione delle coscienze individuali.

E i veri costruttori di pace sono sempre coloro che scelgono di tessere, giorno per giorno, i fili di una trama di senso (Fabrizio Frasnedi)

 

H.M. Enzensberger, in “Prospettive sulla guerra civile”, Einaudi, 1994Anche la guerra microscopica, molecolare, non dura in eterno. Una volta finite le battaglie di strada arrivano i vetrai, dopo il saccheggio, nella cabina devastata, due uomini riallacciano con le tenaglie i cavi del telefono. In cliniche sovraffollate medici in servizio d’emergenza lavorano l’intera notte per salvare la vita dei sopravvissuti.

La perseveranza di questi uomini ha del miracoloso. Sanno che non possono rimettere a posto il mondo. Soltanto un angolo, un tetto, una ferita. Sanno persino che gli assassini torneranno, poche settimane o dieci anni dopo…

Si è voluto fare di Sisifo un eroe esistenzialista, un outsider e ribelle di tragicità sovrannaturale, avvolto da un satanico fulgore. Forse è tutto errato. Forse Sisifo è qualcosa di molto più importante, ossia un personaggio della vita quotidiana…

Non era un filosofo, ma una mente astuta. Si narra che riuscì a incatenare la morte e che più nessuno morì sulla terra finché Ares, il dio della guerra, liberò la morte e le consegnò Sisifo stesso. Ma questi raggirò la morte per la seconda volta, e riuscì a tornare sulla terra. Dicono che sia diventato molto vecchio.

Più tardi, come punizione per la sua avvedutezza, fu condannato a far rotolare un pesante macigno fino alla sommità di un monte, in eterno. Questo macigno è la pace.

(H.M. Enzensberger, in Prospettive sulla guerra civile, Einaudi, 1994).

Ciò che qui Enzensberger chiama pace altro non è che il senso. E i veri costruttori di pace sono sempre coloro che scelgono di tessere, giorno per giorno, i fili di una trama di senso; gli uomini di Sisifo sono costruttori di senso. “Sanno che non possono rimettere a posto il mondo. Soltanto un angolo, un tetto, una ferita”. […]

Se siamo quei vivi che non rinunciano a rimettere a posto un angolo, un tetto, una ferita, allora anche la vita degli altri ci appare come la fatica continua di non rinunciare a rimettere a posto quel che si può, e la riguardiamo con solidarietà, e vorrei dire con tenerezza.

Penso, quando parlo di tenerezza, all’annaspare di tutti, alla lotta di ognuno, persino all’inevitabile disperdersi e perdere la bussola e smarrirsi… Perché il non senso, stretto fratello della violenza, sembra un mare, e costruire senso assomiglia a vuotare il mare con un secchiello, o con il famoso paniere bucato.

Fabrizio Frasnedi in La lingua, le pratiche, la teoria. Le botteghe dell’agilità linguistica, Clueb 1999.

La lingua, le pratiche, la teoria. Le botteghe dell'agilità linguistica - Fabrizio Frasnedi

Bisogna sempre disobbedire ai violenti (René Girard)

la pietra dello scandalo - girard
Estratto da Violenza e reciprocità in La pietra dello scandalo, 2001 (Adelphi, 2004) di René Girard:

Agli appetiti e ai bisogni determinati dalla sfera biologica, comuni agli uomini e agli animali, legati a oggetti fissi che di conseguenza sono sempre gli stessi, si possono contrapporre il desiderio o la passione, fenomeni esclusivamente umani. Vi è passione, desiderio intenso, a partire dal momento in cui le nostre aspirazioni indeterminate si fissano su un modello che ci suggerisce cosa desiderare, il più delle volte desiderandolo lui stesso. Questo modello può essere la società nel suo insieme, ma è spesso un individuo che noi ammiriamo. Gli uomini hanno il potere di trasformare in modello chiunque ai loro occhi sia dotato di prestigio, e questo non vale solo per i bambini e gli adolescenti, ma anche per gli adulti.

Osservando le persone intorno a noi, si intuisce subito come il desiderio mimetico, o l’imitazione desiderante, domini sia i nostri mimimi gesti, sia ciò che è più importante nelle nostre vite, la scelta di un coniuge, quella di una carriera, il senso stesso che noi diamo all’esistenza.

Quanto si chiama desiderio o passione non è imitativo, mimetico, accidentalmente o di tanto in tanto, bensì sempre. Lungi dall’essere ciò che è più intimamente nostro, il nostro desiderio proviene dagli altri. Esso è per definizione sociale…

[…]

Dato che desideriamo quello che desidera un modello che ci è molto vicino nello spazio e nel tempo, ragione per cui l’oggetto a cui mira l’altro diventa alla nostra portata, noi ci sforziamo di togliere all’altro quell’oggetto, e la rivalità con lui si fa inevitabile.

Questa è la rivalità mimetica, che può raggiungere un livello di intensità straordinario, ed è responsabile della frequenza e dell’intensità dei conflitti umani. La cosa strana, però, è che nessuno ne parla mai. La rivalità mimetica fa di tutto per nascondersi, perfino agli occhi dei diretti interessati, e in genere ci riesce.

Nei combattimenti intraspecifici che si svolgono fra gli uomini la prospettiva di una morte concreta non arresta i combattenti. La rivalità mimetica è già presente tra i mammiferi, ma è di minor intensità, e quasi sempre si arresta prima di divenire fatale. Essa conduce a relazioni gerarchiche di dominanza che, come regola generale, sono dotate di maggiore stabilità dei rapporti umani, soprattutto dei rapporti umani quando sono consegnati al mimetismo che è loro proprio.

Allorché un imitatore si sforza di togliere al proprio modello l’oggetto del desiderio che entrambi condividono, quest’ultimo ovviamente si oppone, e il desiderio si fa più intenso da entrambe le parti. Il modello diviene l’imitatore del suo imitatore, e viceversa. Tutti i ruoli si scambiano e si riflettono in una duplice imitazione sempre più perfetta, che rende gli antagonisti via via più simili tra loro.

[…]

La filosofia romantica e moderna disprezza l’imitazione, e col passare del tempo questo disprezzo non fa che rafforzarsi. La cosa strana è che tale atteggiamento si fonda su una supposta incapacità degli imitatori di opporsi ai loro modelli! I pensatori vedono nel mimetismo una rinuncia all’autentica individualità, poiché in esso l’individuo si annienta dinanzi agli «altri» e si rimette all’opinione comune.

L’imitazione passiva e sottomessa in effetti esiste; ma l’odio del conformismo, l’individualismo a oltranza non sono meno imitativi, e costituiscono oggi un conformismo in negativo ancor più temibile del precedente. Mi sembra che l’individualismo moderno sia la negazione sempre più disperata di un desiderio mimetico che ognuno di noi cerca di far ricadere sugli altri, sui comuni mortali, trasformati frequentemente in oggetto del nostro disprezzo di comodo.

Nell’imitare gli «altri» – siamo soliti dire – noi rinunciamo alla nostra «personalità». Ciò che caratterizza gli imitatori non sarebbe la violenza, ma la passività, il comportamento gregario. È questa visione che definisco «menzogna romantica», la cui versione più celebre, nel XX secolo, si deve a Martin Heidegger. In Essere e tempo, l’Esserci «inautentico» coincide con il «si» (das Man) del rifiuto collettivo della responsabilità. L’imitazione passiva e conformista rinuncia ad affermarsi e lottare. Tutto questo si oppone all’Esserci autentico sostenuto dal filosofo stesso, quello che non ha paura di impegnarsi contro avversari degni di lui, nello spirito del Polemos eracliteo, cioè della violenza, del conflitto che è «padre e re di tutte le cose». Il gusto della lotta e della contesa sarebbe una prova di autenticità, di volontà di potenza nel senso nietzcheano del termine.

La passione e il desiderio, in realtà, non sono mai autentici nel significato che intende Heidegger. Non sono un capitale che si sborsi di tasca propria, ma una somma presa in prestito da altri. Invece di vedere nei nostri conflitti una prova di autonomia, come fa Heidegger, bisogna vedere in essi precisamente il contrario, la conferma della natura mimetica dei nostri desideri.

Noi che crediamo di essere «individualisti» abbiamo l’impressione di non imitare nessuno, visto che ci contrapponiamo violentemente al loro modello. Ma anziché essere incompatibile con l’imitazione, la violenza «eraclitea» è una versione idealizzata della rivalità mimetica.

[…]

Gli uomini sono esposti a un contagio violento che spesso conduce a cicli di vendette, a violenze a catena che sono palesemente tutte simili fra loro, dal momento che tutte si imitano. Per questo sostengo che il vero segreto del conflitto e della violenza è l’imitazione desiderante, il desiderio mimetico insieme alle feroci rivalità che esso genera.

Ma, anche ammettendo che la rivalità mimetica sia la causa di molti conflitti, si potrebbe pensare che vi siano altri rapporti conflittuali dove il desiderio è assente, e che io ne esageri il ruolo quando ne faccio la causa principale dei conflitti umani.

[…]

Per rispondere a questa obiezione, prendiamo un esempio insignificante e normale: voi mi tendete la mano e, di ricambio, io vi tendo la mia. Quello che compiamo insieme è il rito inoffensivo della stretta di mano. L’educazione esige che, davanti alla vostra mano tesa, io faccia lo stesso. Se, per una ragione qualunque, io rifiuto di partecipare al rito, rifiuto di imitarvi, qual è la vostra reazione? Anche voi ritirate subito la vostra mano, dimostrando nei miei confronti una diffidenza almeno uguale o probabilmente superiore a quella che io manifesto verso di voi. […] Se io mi sottraggo alla stretta di mano, se rifiuto insomma di imitarvi, allora siete voi a imitarmi riproducendo il mio rifiuto, copiandolo.

L’imitazione che doveva concretizzare l’accordo, risorge, cosa strana, per confermare e rinforzare il disaccordo. Una volta di più, in altri termini, l’imitazione trionfa, e allora si vede bene in quale maniera rigorosa, implacabile la doppia imitazione strutturi tutti i rapporti umani.

[…]

Se un personaggio, che indicheremo come B, non risponde ad A che gli tende la mano, A si sente subito offeso e a sua volta rifiuta di stringere la mano a B. Rispetto al primo, questo secondo rifiuto viene troppo tardi e rischia di passare inosservato. A si sforza allora di renderlo più visibile calcandolo un po’, forzando impercettibilmente i toni. Forse volterà clamorosamente le spalle a B. Egli non ha la minima intenzione di innescare una spirale violenta, ma desidera semplicemente «rendere la pariglia», far capire a B che non gli sfugge il carattere insultante del suo comportamento.

Quello che A interpreta come un rifiuto scortese non era magari che una lieve distrazione da parte di B, la cui attenzione era rivolta ad altro. Immaginare un insulto deliberato è, per la vanità di A, meno doloroso che passare inosservato anche per un solo istante. […] B trova ingiusta l’improvvisa freddezza che A gli dimostra e, per mettersi al suo stesso livello, nel rispondere ad A aggiungerà un supplemento di freddezza al contegno freddo dell’altro. Né A né B desiderano il disaccordo, e ciò nonostante esso si è verificato.

[…]

I rapporti umani sono una doppia imitazione perpetua la cui ambiguità viene espressa perfettamente dalla parola reciprocità. Il rapporto può essere benevolo e pacifico, oppure malevolo e bellicoso, ma in ogni caso senza mai cessare di essere – cosa curiosa – mimeticamente reciproco.

[…]

La doppia imitazione è dunque dappertutto. Persino nella sua forma più meccanica, essa può generare lo stesso tipo di conflitto della rivalità basata sul desiderio mimetico. La concordia si tramuta in discordia per una serie continua di piccole rotture simmetriche […]. La causa principale è la tendenza a sovracompensare l’ostilità presunta dell’altro, con il risultato di rafforzarla sempre di più.

[…]

I nostri rapporti possono dunque degenerare un piccolo passo dopo l’altro, senza che nessuno si senta responsabile della loro degenerazione. La violenza dei non violenti che tutti crediamo di essere non è mai l’opera di individui particolarmente «aggressivi» di cui ci potremmo liberare con misure preventive adguate (espulsione rituale, ecc.); non è nemmeno il frutto di un istinto aggressivo, di un carattere ineliminabile della nostra natura umana al quale bisogna rassegnarsi. Questa violenza è il risultato di una collaborazione negativa che il nostro accecamento narcisista fa sempre in modo di non riconoscere.

Noi pensiamo che per sfuggire alla responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i soggetti più violenti credono sempre di reagire a una violenza che proviene dagli altri.

[…]

Questa cecità verso il mimetismo lascia tutte le porte spalancate al diffondersi contagioso della violenza. Come stupirsi del fatto che le morali ordinarie non hanno mai cambiato nulla nei meccanismi abituali della violenza? Esse partecipano in pieno alle illusioni abituali al riguardo, ed è proprio per questo che noi le accettiamo; ci rassicurano sulla nostra innocenza e giustificano le nostre nobili lamentazioni sulla violenza universale, senza farci mai venire il minimo dubbio per quel che ci riguarda, senza farci mai venire in mente che noi per primi, nel nostro piccolo, possiamo dare un valido contributo ai fenomeni che condanniamo.

[…]

«Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e Dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi vuol portarti in tribunale per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello» (Matteo, 5, 38-40)

La maggior parte dei moderni vede in queste raccomandazioni un’«utopia pacifista» manifestamente ingenua e perfino deplorevole perché inutilmente servile, dolorista, e probabilmente «masochista». […] Di che cosa sta parlando in realtà il brano che ho citato? All’inzio parla di una persona furiosa che ci prende a schiaffi senza provocazioni, poi di un individuo che si prodiga per rubarci legalmente la tunica, che nel mondo di Gesù era l’abito principale, e spesso l’unico.

Delle condotte così esemplarmente odiose suggeriscono la volontà di provocare. Queste persone malvage non chiedono di meglio che esasperarci, allo scopo di trascinarci con loro in un processo di escalation violenta. Fanno tutto il possibile, in fondo, per provocare le rappresaglie che giustificherebbero le loro violenze ulteriori. Costoro aspirano al pretesto della «legittima difesa». Se noi li trattassimo come loro trattano noi, essi potrebbero subito mascherare la loro ingiustizia sotto le sembianze di rappresaglie pienamente giustificate dalla nostra violenza nei loro confronti. È pertanto necessario rifiutare questa collaborazione negativa a cui l’aggressore ci vorrebbe trascinare.

Bisogna sempre disobbedire ai violenti, non solo perché ci spingono al male, ma perché la nostra disobbedienza è l’unico mezzo per bloccare quel coinvolgimento collettivo che è sempre la peggior forma di violenza, quella che si diffonde come un contagio.”

René Girard, da Violenza e reciprocità in La pietra dello scandalo, 2001. (Adelphi, 2004)