di Francesca Bonafini

 Mangiacuore, estratto da pagg. 119-120

I miei pomeriggi portegni li passo bighellonando tra i caffè e le librerie dell’avenida Corrientes.
Non è la prima  volta che scalpiccio in queste strade. Ho conosciuto Buenos Aires negli anni opulenti della parità peso-dollaro del governo Menem, gli anni dell’illusione liberista. Svendevano l’Argentina per pochi denari, saccheggiavano un paese fingendo di promuoverne lo sviluppo. Menzogne. Hanno prodotto milioni di poveri, rifiuti umani da gettare nelle discariche delle periferie.
Menzogne. Male parole, materia impalpabile che forgia la realtà. Il mondo è fatto di questa pasta e di questa parola.
Chiamarsi fuori, lasciar andare, lasciar perdere.
Le cose vadano per proprio conto, che vadano.
Io non lo so se ce la faccio, lasciar andare.
Pochi mesi fa, a Buenos Aires scendevano in strada con la collera in mano. Non c’erano più parole, non bastavano. Una moltitudine di persone parlava picchiando sui tegami. Il rumore ha una sua forza disperata, il rumore è l’esasperazione che non trova più verbo per dirsi.
Mi siedo in un caffè e penso che anch’io, forse, sono arrivata a questo.
Però ho comprato lo stesso dei libri, a Buenos Aires. Li tengo in un tascapane sfilacciato che acquistai al mercato della Montagnola a Bologna, tanti anni fa. In questa sacca ci ho trasportato decine e decine di volumi, milioni di costruzioni verbali a tentare un senso.
Estraggo i miei acquisti, li appoggio sul tavolino. Mi domando cosa ci facciano adesso nel mio tascapane. Forse sarebbe meglio tenerci dentro una padella e un coltello lungo per sbatterci sopra.

buenos aires
(Mangiacuore, estratto da pagg. 119-120)

Illustrazione di Benito Mascitti

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