Bestemmia

di Francesca Bonafini

Bestemmia

Riallacciandomi al poscritto di G. (vedi post “Mangiacuore a Rebibbia, la lettera di G.”), prendo l’occasione per affrontare la questione bestemmie.
L’inserimento di alcune bestemmie nel romanzo è una scelta per certi versi impopolare, che può urtare la sensibilità di qualcuno e allontanarlo da un testo che, per contrario, è profondamente “religioso” (e usando questo termine penso soprattutto alla religiosità autentica di Pasolini, di Testori, di Tondelli, se posso permettermi di accostare questi nomi alla mia piccola e umile prova narrativa…). Per parte mia, non ho compiuto questa scelta con leggerezza, né per scandalizzare, né per seguire certe mode letterarie… niente di tutto ciò.
Le ragioni per cui ho deciso di lasciare che Alfredo si esprimesse talvolta in modo così crudo sono fondamentalmente due (e la seconda è quella essenziale e ineludibile):
1) In alcuni momenti di particolare rabbia o dolore, nessuna imprecazione di diverso tipo sarebbe stata credibile in bocca ad Alfredo. Quindi, diciamo, la bestemmia ha innanzi tutto una funzione mimetica della realtà.
2) La bestemmia può anche essere preghiera disperata. In bocca ad Alfredo, la bestemmia non è l’intercalare che raggiunge ogni giorno le nostre orecchie (per altro, senza scandalizzare nessuno, tanta è la consuetudine), bensì richiesta di aiuto, di risposte, di senso.
La bestemmia, in questo caso, è il grido di Giobbe che chiede perché.
Cristo in croce grida “padre mio, perché mi hai abbandonato?”: non è forse questa una bestemmia?
E l’immagine di Cristo non si rispecchia forse in ogni dolente, in ogni “ultimo”, in ogni emarginato?
Violenza, sopraffazione, menzogne, omicidi, guerre, indifferenza… queste sono le vere bestemmie, e di queste dovremmo scandalizzarci.
Non del grido di un uomo che invoca aiuto.

Francesca.

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Illustrazione di Benito Mascitti

 

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