Francesca Bonafini

Da "Mangiacuore" (Fernandel, 2008) a "Casa di carne" (Avagliano, 2014) : l'archivio delle mie pubblicazioni, presentazioni, readings, rassegna stampa

La cattiva reputazione on the road

Cover_La cattiva reputazione_HDLa cattiva reputazione (Avagliano, 2016)

le date della primavera 

BOLOGNA – 10 maggio, Libreria Trame, ore 20.30. Con Alessandra Sarchi.
TORINO – 12 maggio, Libreria Golem, ore 18. Con Fabiana Marzotto.
MODENA – 20 maggio, Emily Bookshop, ore 18.30. Con Eliselle.
VERONA – 29 maggio, Vib – Spazio Vibrissae, ore 11.30. Con Federica Sgaggio.
IMOLA – 4 giugno, libreria Coop, ore 17.30. Con Muriel Pavoni.
BOLOGNA – 8 giugno, reading in Piazza Verdi per “Piazza Letterarie“, a partire dalle ore 18.
BOLOGNA – 9 giugno, rassegna Libreschi, ore 19.45, 300 scalini, via Casaglia 37 . Degustazione di vini, prenotazione obbligatoria (info@canto31.it)
NAPOLI – 14 giugno, Libreria Iocistò, orario da definire. Con Patrizia Rinaldi e Carmen Pellegrino.
TRIESTE –  25 giugno, Summertat – rassegna estiva della libreria In der Tat, ore 19.
TIRANO (SO) – 29 giugno, rassegna “dimercoledì- un mosaico di libri e parole, libreria Il Mosaico, ore 21. Con Sara Baldini.
FIRENZE – 5 luglio, in via di definizione.
VERONA – 7 luglio, aperitivo alla libreria cooperativa Libre, in via di definizione.

Altre date in via di definizione, presto gli aggiornamenti.

La cattiva reputazione al Salone Internazionale del Libro 2016 a Torino dal 12 al 16 maggio allo stand di Avagliano Editore, padiglione 1, stand E67.

Avagliano - Salone 2016

 

Radio Radicale, intervista a Francesca Bonafini per "La cattiva reputazione" e a Daniela D'Angelo (Avagliano editore), Torino, Salone del Libro 2016

Radio Radicale, Massimiliano Coccia intervista Francesca Bonafini per “La cattiva reputazione” e Daniela D’Angelo (Avagliano editore). Torino, Salone del Libro 2016. L’intervista si può ascoltare qui.

 

Torino, Salone del Libro 2016, stand di Avagliano editore.

Torino, Salone del Libro 2016, stand di Avagliano editore.

 

Alessandra Sarchi e Francesca Bonafini alla libreria Trame di Bologna per l'anteprima de "La cattiva reputazione", 10 maggio 2016. (Foto di Claudio Guerra)

Alessandra Sarchi e Francesca Bonafini alla libreria Trame di Bologna per l’anteprima de “La cattiva reputazione”, 10 maggio 2016. (Foto di Claudio Guerra)

 

Rassegna stampa

  • “Lessico giocosamente punteggiato da termini desueti”
    (Matteo Giancotti su La Lettura del Corriere della Sera)
  • “Francesca Bonafini scava, va giù a fondo, apre tutte quelle porte che teniamo sotto chiave”
    (Fabiana Marzotto sul blog letterario Tre mandorle al dì)
  • “Un’escursione nel mondo sterminato del linguaggio d’invenzione”
    (Alessandro Moscè su Pelagos. Rivista di Letteratura Contemporanea)

Interviste radio
A Radio Radicale durante il Salone del Libro di Torino 2016

 

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Libreria Universitaria

La cattiva reputazione —­­ in libreria dal 12 maggio

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Paola, che le amiche chiamano Pillo, manda improvvisamente all’aria il suo matrimonio con Pinuccio, che gli amici chiamano Nuccio, un ragazzo prevedibile che le avrebbe garantito un futuro stabile ma senza emozioni. Il colpo di testa si deve all’innamoramento folle per il bel Pierluca, un chitarrista biondo ed enigmatico, e si interseca con un altro innamoramento folle, quello dell’amica Nina per Luigi, pianista nella stessa band in cui suona Pierluca.
Le ragazze iniziano un’avventura on the road in compagnia di altre due giovani donne inquiete quanto loro. Un viaggio che le porterà a confrontarsi con i temi dell’amore, del matrimonio, della famiglia e con la difficoltà di crescere senza adattarsi alle regole precostituite, obbligatorie per tutti.
Sullo sfondo di un’Italia ipocrita e moralista, le protagoniste, durante il loro viaggio, faranno molti incontri: i fratelli marchigiani Danilo e Tommaso e la loro famiglia omofoba, l’infermiera Silvia Berneri e il suo coraggio ribelle, il giovane tunisino Jamil, i salotti della Milano bene, un solitario ragazzo genovese e un’ombra che torna dal passato di Nina.
Grazie a una scrittura pirotecnica e briosa Francesca Bonafini ci regala un sorprendente romanzo d’amore e d’anarchia.

Quarta di copertina de "La cattiva reputazione"

francesca bonafini

Francesca Bonafini (Verona 1974) vive a Bologna. Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie. È presente nel Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango, 2008). Ha pubblicato il romanzo Mangiacuore (Fernandel, 2008). È coautrice del romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel, 2011). Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo (Auditorium, 2011). Ha pubblicato il libro umoristico a quattro mani Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti (Ad est dell’equatore, 2015). Con Avagliano editore ha pubblicato il romanzo Casa di carne (2014), con cui è arrivata finalista al Premio Letterario Internazionale Scrivere per Amore.


 

Un’assenza che grida

“Il melodramma, dicevamo, fu dunque tragedia, nei modi della musica, e, ci pare di poter dire, tragedia dell’umano sentire, degli affetti inappagati; ci piacerebbe, con parola rinnovata nel senso dal moderno sapere, tragedia del desiderio. La musica, del resto, meglio della parola, è linguaggio privilegiato a dar voce ai moti nascosti della psiche. Il personaggio di melodramma è insomma, nella nostra visione, portatore e figura, innanzitutto, di ciò che i francesi chiamerebbero un manque, un’assenza, dunque, un’assenza che grida, nei modi della musica, fino alle soglie estreme degli stili musicali, che confinano appunto con l’urlo e con il grido. Il virtuosismo vocale, che si esprime con gli stilemi di ogni epoca, gli abbellimenti, le puntature esprimono, nella nostra visione, non solo il fascino intrinseco nel virtuosismo stesso, ma la tensione verso il confine del grido inesausto e disperato, come l’urlo di Giobbe al cielo. Come dire che il virtuosismo, aldilà del suo volto angelico, che evoca il canto dell’usignolo o la voce materna nell’universo prenatale, è esso stesso una maschera tragica: confina infatti sempre con la possibilità di una caduta. Come i trapezisti, gli acrobati, i funamboli nel circo, l’esecutore è infatti sempre al limite delle proprie possibilità, e dunque sull’orlo di un baratro, con la morte negli occhi, al confine con la terra di nessuno di Medusa. Ed è, nello stesso tempo, ai confini del linguaggio. Linguaggio significa elaborazione, tollerabilità, ammorbidimento culturale del disperare; e il linguaggio della musica accompagna il personaggio nel suo modulare il motivo dell’assenza che lo fa soffrire, ma, mentre lo accompagna e lo guida, gli mostra il ciglio dell’abisso, di quella rupe di Leucade al colmo della quale il canto può solo diventare grido”.

Fabrizio Frasnedi, da Figure dell’abbandono. Permanenza e variazioni di un paradigma antropologico e del suo lessico, in “Storia della lingua italiana e storia della musica” (2005).

Mangiacuore a teatro

In occasione di A scena aperta. Incontri nei teatri storici dell’Emilia Romangna sabato 9 aprile alle ore 17.30 al teatro Zeppilli di Pieve di Cento va in scena il reading tratto da Mangiacuore, il mio primo romanzo che uscì nel 2008 edito da Fernandel.
In apertura: letture dall‘Orlando furioso, di cui si festeggiano i cinquecento anni dalla prima edizione a stampa (1516).
L’ingresso è gratuito.

locandina A scena Aperta - open day teatri storici

 

La pratica narrativa come atto politico: costruire passioni alternative al culto della morte

In altre parole, questa non è la rivolta dell’islam o dei musulmani, ma un problema che riguarda due categorie di giovani. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.”
(Olivier Roy, da “L’islam è un pretesto”, su Internazionale del 27 nov./3 dic. 2015)

Il bellissimo articolo di Olivier Roy sulla pretestuosità della fede religiosa dei jihadisti mette in primo piano il dato anagrafico, ovvero la giovinezza dei combattenti, elemento che a me è sempre sembrato particolarmente rilevante, benché spesso trascurato dai vari commentatori delle complesse e tragiche vicende della contemporaneità. Forse perché trascurarlo è funzionale ai poteri, quali essi siano, che della carne da macello pronta a immolarsi per una causa si servono da che mondo è mondo? È un’ipotesi possibile.

L’oggetto di qualsiasi idolatria è sempre un pretesto: il problema è dunque l’idolatria in sé, non l’oggetto. Non è una questione di religione islamica come qualcuno, strumentalmente, vorrebbe farci credere.
Il “tifoso” che va allo stadio a menare le mani ha a cuore solo il proprio desiderio narcisistico di menare le mani: della squadra di cui si dichiara sostenitore non gliene importa in realtà un fico secco. Così il terrorista.

La giovinezza va sempre cercando appartenenze forti, radicali, manichee, e l’Is offre, truffaldinamente, una causa per cui sacrificarsi. Fermo restando che, per come la penso io, qualsiasi causa che richieda violenza, nonché il sacrificio della propria e della altrui vita, è sempre truffaldina, ciò che Olivier Roy rileva nell’attrazione che l’Is esercita sui giovani – e in particolar modo i cosiddetti foreign fighters, che non hanno motivo alcuno di risentimenti di stampo economico o politico – è soprattutto l’elemento nichilistico, che è il vero motore di ogni pratica terroristica. 

Roy chiude l’articolo con queste parole:

Quanto ai convertiti, scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro. Entrare nell’Is significa avere la certezza di poter seminare il terrore”.

Il perdente radicale - EnzensbergerLeggendo l’articolo di Roy mi è tornato in mente un breve saggio di Enzensberger intitolato Il perdente radicale, uscito nel 2006 (in Italia nel 2007). E mi è venuto in mente non a caso: qualche giorno fa, mentre lo rileggevo, ho trovato, infatti, tra le indicazioni bibliografiche a cui l’autore fa riferimento a sostegno della propria argomentazione, proprio un testo di Olivier Roy del 2004 (“Globalized Islam: The search for a new Ummah”).

Scrive Enzensberger:

“Che il terrorismo danneggi gravemente non solo l’immagine dell’islam, ma anche le condizioni di vita dei suoi adepti in tutto il mondo, agli islamisti non importa proprio nulla, come non importava ai nazionalsocialisti la rovina della Germania. In quanto avanguardisti della morte, non hanno riguardi per la vita dei loro confratelli. Per gli islamisti, il fatto che per la maggior parte i musulmani non abbiano alcuna voglia di far saltare in aria se stessi e altri dimostra unicamente che essi non hanno meritato di meglio della loro liquidazione”.

E, ancora, sul parallelo con i nazisti:

“Alla fine della Repubblica di Weimar vasti strati della popolazione si sentivano perdenti. I dati oggettivi sono eloquenti; tuttavia la crisi economica e la disoccupazione non sarebbero bastate per portare Hitler al potere. Occorreva una propaganda mirata al fattore soggettivo: il rancore narcisistico suscitato dalla sconfitta del 1918 e dal trattato di Versailles. La maggior parte dei tedeschi cercava la colpa presso altri. […] La bruciante sensazione di essere perdenti poteva essere compensata solo dalla fuga in avanti, nella megalomania. Fin dall’inizio impazzava nelle teste dei nazionalsocialisti il fantasma del dominio mondiale. Quindi i loro obiettivi erano sconfinati e non negoziabili; in questo senso erano non solo irreali, ma impolitici. Nessuna considerazione degli assetti mondiali era in grado di convincere Hitler e i suoi seguaci che la guerra di un piccolo paese mitteleuropeo contro il resto del mondo era destinata al fallimento. Al contrario. Il perdente radicale non conosce la risoluzione del conflitto, il compromesso, in grado di coinvolgerlo in un normale intreccio di interessi e di disinnescare la sua energia distruttiva. Quanto più assurdo il suo progetto, tanto più fanaticamente lo persegue. Non è peregrina l’ipotesi che Hitler e i suoi accoliti mirassero non a vincere, ma a radicalizzare e perpetuare il loro status di perdenti. Naturalmente la rabbia accumulata si scaricò in una guerra di sterminio senza precedenti contro tutti gli altri che ritenevano responsabili delle loro sconfitte – in primis si trattava di far fuori gli ebrei e tutti i nemici del 1919 –, ma non intendevano affatto risparmiare i tedeschi. Il loro vero obiettivo non era la vittoria, ma lo sterminio, il dissolvimento, il suicidio collettivo, la fine con orrore.

Ebbene, cosa possiamo fare noi di fronte a tutto questo?

Forse, l’unica azione davvero praticabile, concretamente praticabile, per lo meno per quel che riguarda le nostre piccole vite, è lo sforzo di costruire, giorno per giorno, ognuno secondo le proprie capacità e i propri mezzi, non solo l’attitudine all’accoglienza e il senso dell’alterità, ma anche la possibilità di passioni alternative al culto della morte. Che, in quanto alternative al culto nichilistico della morte, non sono mai idolatriche.

Questa è anche, io credo, la responsabilità del narratore.
A questo proposito, da un’intervista su Letteratitudine (estate 2014):
“[…] E infatti, gira e rigira, si torna poi sempre alla faccenda della carne, perché si possono fare tante belle e dotte disamine politiche, economiche e sociali, ma alla fin fine, se ognuno di noi fosse intimamente persuaso che mai, per nessun motivo, è lecito uccidere, perché ogni vita è unica e irripetibile, non credi che sarebbe tutto un po’ più semplice? La via del dialogo per la risoluzione dei conflitti non sarebbe forse maggiormente percorribile? Certo c’è sempre qualcuno a cui non conviene la via del dialogo. Ma se coloro i quali traggono profitto dai focolai di conflittualità diffusa fossero infine anch’essi persuasi dell’inviolabilità di ogni vita? Il cambiamento veramente rivoluzionario è sempre un processo individuale, è in rapporto con la trasformazione delle coscienze individuali.
 Sta di fatto che io, guardandomi attorno e leggendo i giornali, perlopiù ammutolisco. Mi sento impotente, inadeguata. Percepisco nettamente la carenza dei miei mezzi, delle mie poche competenze, ma anche di eventuali parole buttate lì nell’immediatezza dei fatti, parole che inevitabilmente suonerebbero vacue, inutili e imprecise. E mi chiedo: in che modo posso tirar fuori la mia piccola voce? Mi rispondo: narrando. Raccontando storie minuscole. Virginia Woolf, ne “Le tre ghinee”, alla domanda su come si possa prevenire la guerra risponde: si previene non con la valutazione della situazione politica internazionale, bensì attraverso la narrazione di biografie. Raccontare storie di vita è l’antidoto migliore alla guerra, scrive Adriana Cavarero, che ricorda anche di quanto Hannah Arendt tenesse in considerazione, come vero e proprio atto politico, la pratica narrativa, che ha il merito di mettere in primo piano l’unicità dell’essere umano. Narrare: un antidoto alla guerra che scommette su un futuro sempre di là da venire, un antidoto lungimirante, volto alla trasformazione delle coscienze individuali.

E i veri costruttori di pace sono sempre coloro che scelgono di tessere, giorno per giorno, i fili di una trama di senso (Fabrizio Frasnedi)

 

H.M. Enzensberger, in “Prospettive sulla guerra civile”, Einaudi, 1994Anche la guerra microscopica, molecolare, non dura in eterno. Una volta finite le battaglie di strada arrivano i vetrai, dopo il saccheggio, nella cabina devastata, due uomini riallacciano con le tenaglie i cavi del telefono. In cliniche sovraffollate medici in servizio d’emergenza lavorano l’intera notte per salvare la vita dei sopravvissuti.

La perseveranza di questi uomini ha del miracoloso. Sanno che non possono rimettere a posto il mondo. Soltanto un angolo, un tetto, una ferita. Sanno persino che gli assassini torneranno, poche settimane o dieci anni dopo…

Si è voluto fare di Sisifo un eroe esistenzialista, un outsider e ribelle di tragicità sovrannaturale, avvolto da un satanico fulgore. Forse è tutto errato. Forse Sisifo è qualcosa di molto più importante, ossia un personaggio della vita quotidiana…

Non era un filosofo, ma una mente astuta. Si narra che riuscì a incatenare la morte e che più nessuno morì sulla terra finché Ares, il dio della guerra, liberò la morte e le consegnò Sisifo stesso. Ma questi raggirò la morte per la seconda volta, e riuscì a tornare sulla terra. Dicono che sia diventato molto vecchio.

Più tardi, come punizione per la sua avvedutezza, fu condannato a far rotolare un pesante macigno fino alla sommità di un monte, in eterno. Questo macigno è la pace.

(H.M. Enzensberger, in Prospettive sulla guerra civile, Einaudi, 1994).

Ciò che qui Enzensberger chiama pace altro non è che il senso. E i veri costruttori di pace sono sempre coloro che scelgono di tessere, giorno per giorno, i fili di una trama di senso; gli uomini di Sisifo sono costruttori di senso. “Sanno che non possono rimettere a posto il mondo. Soltanto un angolo, un tetto, una ferita”. […]

Se siamo quei vivi che non rinunciano a rimettere a posto un angolo, un tetto, una ferita, allora anche la vita degli altri ci appare come la fatica continua di non rinunciare a rimettere a posto quel che si può, e la riguardiamo con solidarietà, e vorrei dire con tenerezza.

Penso, quando parlo di tenerezza, all’annaspare di tutti, alla lotta di ognuno, persino all’inevitabile disperdersi e perdere la bussola e smarrirsi… Perché il non senso, stretto fratello della violenza, sembra un mare, e costruire senso assomiglia a vuotare il mare con un secchiello, o con il famoso paniere bucato.

Fabrizio Frasnedi in La lingua, le pratiche, la teoria. Le botteghe dell’agilità linguistica, Clueb 1999.

La lingua, le pratiche, la teoria. Le botteghe dell'agilità linguistica - Fabrizio Frasnedi

Fabrizio Frasnedi, mio Maestro amatissimo

Le parole di Fabrizio Frasnedi sono il mio nutrimento quotidiano, la mia guida, il mio conforto. Sono ormai parte di me, le sue parole, sono carne mia, mi accompagnano in tutto ciò che faccio. Eppure non mi bastano mai, ne cerco altre, ne voglio altre, ancora. Per questo, tutte le volte che mi è stato possibile, sono andata ad ascoltarlo far lezione. In punta di piedi, nascostamente, a sua insaputa.
L’ho amato per tanti anni in silenzio, da lontano. Soltanto di recente ho preso coraggio (ho avuto il coraggio della mia timidezza, come il conte Mosca con la Sanseverina ne “La certosa di Parma” di Stendhal) e sono riuscita a dirglielo, questo bene. Ma ho avuto anche la sensazione che il mio dire fosse insufficiente, che il mio affetto e la mia gratitudine e la fascinazione per quelle sue incantevoli passeggiate nei testi strabordassero nell’ineffabile. Perché il suo insegnamento trascende l’ambito linguistico e letterario: è un insegnamento per la vita. Chiunque l’abbia conosciuto, chiunque abbia avuto questa fortuna, sa che è proprio così come dico.
Nel 2014, dopo la presentazione di “Casa di carne” alla libreria Ambasciatori, gli inviai questa foto. “Questa fotografia un po’ sgranata la conserverò tra i ricordi più belli”, gli scrissi. Lui rispose: “Grazie. Farò lo stesso”.
È stato il mio Maestro. Mi mancherà tanto, e mentre lo scrivo mi viene da piangere. Ma so che da quando l’ho incontrato, quindici anni fa, non è passato un giorno senza che io abbia avuto un pensiero d’affetto per lui. E sarà così finché avrò respiro.
Fabrizio, che bellissimo nome.

Bologna, con Fabrizio Frasnedi alla libreria Coop Ambasciatori, 9 giugno 2014.

Bologna, con Fabrizio Frasnedi alla libreria Coop Ambasciatori, 9 giugno 2014.

 

“Anche la sintassi ha, infatti, un sapore; anzi ne ha molti. La sintassi è il segreto, per esempio, che fornisce alle frasi che diciamo, che ascoltiamo, che leggiamo, la loro grazia e il loro garbo. E il garbo di una frase è il suo insostituibile sapore; e tale sapore non è altro che il suo ritmo. La sintassi si legge anche a viva voce, e si “sente” a viva voce. Con tanta maggiore passione cercheremmo di carpire alla lingua i suoi segreti se imparassimo innanzi tutto ad ascoltarla, e a cogliere il fascino ritmico della sua voce. E, nel ritmo, l’impasto indistricabile di forma e senso. Nella grazia e nel garbo, la capacità di dire.
Tutti sappiamo del fascino che producono i percorsi della voce, quando essa, traducendo il dettato testuale nei propri ritmi, sembra essere il veicolo del nascere delle storie e dei loro mondi, e quasi l’origine del miracolo del senso; il senso che ci tiene avvinti, e ci fa pendere dalle labbra del lettore.”

Fabrizio Frasnedi, da “La scrittura e la voce” (In “Scrivere altrimenti”, 2010; a cura di Elisabetta Biffi).

L’amore ai tempi dell’apocalisse

Esce oggi l’antologia di racconti L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad Edizioni) a cura di Paolo Zardi.

Contiene un mio racconto che si intitola Kairos.

L'amore ai tempi dell'apocalisse

L’amore ai tempi dell’apocalisse
Racconti da un futuro prossimo

A cura di Paolo Zardi

La fine del mondo è vicina: lo è sempre stata, a dar retta ai catastrofisti della prima e dell’ultima ora. Per qualcuno, forse, è già arrivata, perfino passata, trascinando via con sé i peccati e lavando le coscienze. Per altri è adesso, l’ora di questo tempo frastornato, vile, dove bussole impazzite indicano una rotta inesistente e i fiumi sembrano a un passo dallo scorrere al contrario. Ventidue autori hanno provato a raccontare, sullo sfondo di questi scenari apocalittici, l’essenza di un sentimento che sopravvive nonostante tutto, l’amore, declinandolo in storie tenere e folli, malinconiche e sensuali. Che fiorisca in un quartiere a luci rosse o in un desolato mondo lontano, che si consumi tra umani, entità aliene o macchine, l’amore appare come l’unico potente legame in grado di ancorarci alla nostra vera natura. Tra muri che crollano e certezze che si sbriciolano al doppio sole di universi paralleli, questi racconti da un futuro prossimo ripropongono il vecchio leitmotiv di Eros e Thanatos, quell’infinito ed eterno abbraccio tra amore e morte capace di farsi beffe di qualunque apocalisse.

Hanno partecipato all’antologia:

Francesca Bonafini, Denise Bresci, Simona Castiglione, Piergiuseppe Cavalli, Francesco Coscioni, Federica De Paolis, Caterina Falconi, Dario Falconi, Valentina Ferri, Emanuele Kraushaar, Roberta Lepri, Nicola Manuppelli, Matteo Moscarda, Nicola Pezzoli, Marco Piazza, Ugo Polli, Michele Ruol, Marina Sangiorgi, Ilaria Vajngerl, Carlo Vanin, Silvia Zagolin, Paolo Zardi

***

L’anteprima uscita il 13 ottobre 2015 sul quotidiano teramano La Città contiene la nota introduttiva di Paolo Zardi e Kairos, il mio piccolo racconto apocalittico.

Anteprima Apocalisse - La Città

Intervista su D la Repubblica

D Repubblica logo


Intervista su D la Repubblica

non avremmo mai dovuto - bonafini e falconi
15 frasi tra le più usate dal fedifrago : guarda la gallery su Repubblica

Tutta la rassegna stampa qui

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“Casa di carne” all’Università di Perugia

Al convegno Il lavoro sui testi. Proposte per la Scuola Secondaria dell’Università di Perugia si è parlato anche di Casa di carne (Avagliano Editore​, 2014) grazie al contributo di Pasquale Guerra intitolato Una scrittura al femminile, documentato negli atti del convegno (Morlacchi Editore U.P., 2015).


Dall’introduzione dell’intervento di Pasquale Guerra:

Dall'introduzione dell'intervento di Pasquale Guerra, intitolato "Una scrittura al femminile"

Dall’introduzione dell’intervento di Pasquale Guerra, intitolato “Una scrittura al femminile”


Incipit dell’intervento:

Incipit dell'intervento di Pasquale Guerra.

Incipit dell’intervento di Pasquale Guerra.


*Casa di carne
(Avagliano 2014): qui la rassegna stampa e molto altro.

Il frasario essenziale del fedifrago: la rassegna stampa

“Il fatto è che ci sono due modi per affrontare un tema doloroso come il tradimento: la tragedia e la commedia. Noi abbiamo scelto di corredare il frasario del fedifrago con storie vere di ordinaria comicità, sia perché il comico è la forma moderna del tragico, sia perché ridere dei propri disastri quotidiani è l’unico modo per non esserne sopraffatti. Come suggerisce l’assennato finale del Falstaff di Verdi, la realtà della condizione umana è che siamo tutti gabbati. Così, con uno sguardo di tenerezza rivolto al nostro annaspare, davvero non ci resta che ridere.”

Da Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti di Francesca Bonafini e Caterina Falconi (ad est dell’equatore, 2015)

La rassegna stampa:


La Città, quotidiano di Teramo
Francesca Bonafini e Caterina Falconi confezionano un divertissement che racconta uno spicchio clandestino della commedia umana, tenendo però fermo quel retrogusto amaro che alla fine diventa il vero bioritmo di tutte le scappatelle prolungate” (Simone Gambacorta).

Il Centro, quotidiano d’Abruzzo
“Divertente, sincero, ironico fino a rasentare la sfacciataggine” (Lalla D’Ingnazio)

I Libri
“Non avremmo mai dovuto – unico frasario semiserio del fedifrago italiano è un tesoro prezioso per ogni donna, uno strumento efficace di difesa personale più violento e simpatico di qualsiasi arte marziale.” (Alessandra Allegretti)

Yahoo Italia
“Abbiamo raccolto dunque queste frasi, corredandole di storie vere di quotidiana comicità, perché l’unico modo per uscire sani di mente dalle faccende di corna è ridere, ridere, e ancora ridere”. (Intervista alle autrici su Yahoo Italia)

Video servizio su Yahoo Italia

Grazia.it
“Il perfetto libro per l’estate che ci aspetta”.

The Huffington Post
“Questo frasario squisitamente letterario vi farà sorridere, riflettere, domandare fino a che punto noi e le nostre amiche siamo davvero in grado di non buttare il nostro cuore a chi non lo merita”. (Marilù Oliva)

Mangialibri
“Con sguardo sornione e tono leggero le autrici portano alla luce i grandi classici dell’inganno amoroso – ma anche, simmetricamente, dell’ingenuità femminile – e li esemplificano con delle brevi parabole, portando all’attenzione del lettore casi pratici e aneddoti tragicomici.” (Eleonora Cocola)

Intervista su D la Repubblica
“Per parte mia, credo che nelle faccende d’amore la menzogna, soprattutto se reiterata, corrisponda a una forma di possesso: si mente perché scegliere la franchezza significa rischiare di perdere l’altro, considerato più come una proprietà, un oggetto funzionale alla propria vanità o ai propri comodi o al proprio status sociale, che un soggetto libero. Anche se possono esserci delle fasi in cui si mente per fragilità e indecisione, il perseverare nella menzogna è forse un modo per evitare il dialogo, il confronto, la responsabilità. Eppure, essere franchi in maniera garbata, con delicatezza, è possibile. L’amore è anarchico, non può subire costrizioni e deve essere lasciato libero di andare per la sua strada ma, proprio in virtù della sua anarchia, presuppone un’etica”. (Francesca Bonafini)

D Repubblica: Gallery di 15 frasi usate dal fedifrago

Caffeina Magazine: gallery di 15 frasi fedifraghe

Lettera Donna
“E se a detta delle autrici non ci sono che due modi per affrontare un tema doloroso come il tradimento, la tragedia e la commedia, il prontuario vira decisamente sul secondo corredando il frasario del fedifrago con storie di ordinaria comicità.”

Bigodino.it
Far fronte al fedifrago, anche sotto l’ombrellone.

Critica Letteraria
“Un’ironia leggera, non perfida, solidale coi destini di tutti i personaggi, che condividono la stessa, complicatissima, condizione umana.” (Nicola Campostori)

Vanity Fair
Su Vanity Fair Italia Giovanna Donini si ispira al nostro frasario del fedifrago:
“Un giorno, forse, scriverò il manuale del perfetto cornuto e felice, per adesso, mi limito a leggere i manuali sul tradimento che esistono già. Uno di questi, che ho letto recentemente e che mi ha molto divertito, è ‘Non avremmo mai dovuto’ di Francesca Bonafini e Caterina Falconi. E’ un libro comico edito ad est dell’equatore che raccoglie le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti. E così ispirandomi a questo divertentissimo manuale mi sono chiesta: quali sono, allora, le sette frasi che le donne fidanzate o sposate (siamo in Italia, sposate si fa per dire, purtroppo!) dicono alle amanti.” (Giovanna Donini)

Back in Black (di radio RCF)
“Scorrono così storie che piegano in origami le frasi che fanno da incipit, tramutandole in statuine di carta che rendono omaggio al traditore stesso: bellissime, perfette, nella loro anima e consistenza di carta.”

Il Piccolo, quotidiano di Trieste
“Divertente, graffiante e umiliante (per tanti uomini)” (Pietro Spirito)


Interviste Radio:

Radio Città del Capo – Francesca Bonafini dialoga con Sergio Rotino

Radio m2o – Caterina Falconi dialoga con LaMario (trasmissione Mario and the City)

 

Interviste tv:

 

RETEQUATTRO 

La puntata pomeridiana del 4 febbraio 2016 di Forum, su Retequattro, in cui sono stata ospite per parlare di Non avremmo mai dovuto.

Francesca Bonafini a Forum

 

Barbara Palombelli con Non avremmo mai dovuto

“Non avremmo mai dovuto” nelle mani di Barbara Palombelli

 

METRO News 24

 

RETE 8
A partire dal minuto 31:28 nella rubrica “I consigli del libraio” dell’emittente abruzzese Rete 8.

RETE 8:
Intervista nella rubrica di libri di Rete 8 (dal minuto 18:45)

 

TELEQUATTRO
Intervista a Francesca Bonafini, trasmissione Trieste in diretta di Telequattro, emittente del Friuli Venezia Giulia. I primi ventitré minuti della puntata del 26 febbraio 2016 sono tutti dedicati al nostro frasario del fedifrago.

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non avremmo mai dovuto - bonafini e falconi
Il fedifrago in tour: tutte le presentazioni

BOLOGNA – 1 luglio 2015, libreria Irnerio, ore 16. Con Serena Scandellari. Letture a cura di Daniela Bortolotti.
SILVI MARINA (TE) – 4 luglio 2015, libreria Rio Bo, ore 21. Letture a cura di Debora Giobbi.
PESARO – 28 agosto 2015, libreria Il Catalogo, ore 18. Con Francesco Nicolini.
VERONA – 11 settembre 2015, libreria Feltrinelli, ore 18. Con Serena Marchi e Alberto Fezzi.
TRIESTE – 4 ottobre 2015, libreria Minerva, ore 18. Con Corrado Premuda.
RAVENNA – 18 novembre 2015, libreria Liberamente, ore 18. Con Nevio Galeati.
PESCARA – 27 novembre 2015, rassegna “A tu per tu con l’autore”, Libreria Coop del Centro D’Abruzzo.
BOLOGNA – 27 gennaio 2016, rassegna “Libreschi – degustazioni letterarie” al “Va mo là”, via delle Moline 3.
VIGASIO (VR) – 28 gennaio 2016, Associazione Amiche della Biblioteca, Palazzetto dello Sport. Con Laura Passaretti.

Francesca Bonafini e Caterina Falconi alla libreria Irnerio di Bologna, 1 luglio 2015, prima presentazione nazionale di "Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti" (Ad est dell'equatore, 2015)

Francesca Bonafini e Caterina Falconi alla libreria Irnerio di Bologna, 1 luglio 2015, prima presentazione di “Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti” (Ad est dell’equatore, 2015)

Il frasario essenziale del fedifrago: da oggi in libreria

Si intitola Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti ed esce oggi, 24 giugno 2015, edito da ad est dell’equatore.

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non avremmo mai dovuto - bonafini e falconi
Il frasario essenziale del fedifrago: istruzioni per l’uso.

È stato dimostrato da ricerche approfondite condotte sul campo che ogni marito fedifrago, quando si rivolge alla propria amante, attinge, più o meno inconsapevolmente, a un repertorio consolidato, una sorta di serbatoio dell’inconscio collettivo adulterino.
È come se i traditori avessero accesso a un manuale segreto in cui sono racchiuse le frasi utili a innamorare, rabbonire, turlupinare le malcapitate, nel tentativo di perpetrare all’infinito la bigamia.
Le amanti, nei primi tempi della relazione (e talvolta per un periodo molto lungo prima di insospettirsi), ascoltano con orecchie vergini le asserzioni del fedifrago, credendo nell’esclusività di quelle parole e ignorando che si tratta invece di formule condivise da tutta la categoria dei traditori.
Tali formule corrispondono a enunciati standard – con variazioni idiosincratiche minime – che accompagnano ogni fase della relazione: dalle sperticate dichiarazioni d’amore alle promesse di un futuro diverso, passando attraverso i ripensamenti (guarda caso, sempre post-coitali) nonché i moniti, le precisazioni, le preoccupazioni, le giustificazioni, le gelosie, le autocommiserazioni, le fantasie poligame, le pietose o impietose descrizioni opportunistiche della legittima consorte e delle copule coniugali, le esaltazioni appassionate del polimorfo sesso extraconiugale, e per concludere, i finti abbandoni e le nuove epifanie.
Qualunque sia la verità scientifica in proposito, a partire da oggi ogni donna possiede uno strumento indispensabile di difesa personale, perché il manuale del fedifrago non è più segreto: è qui, tra le vostre mani, sotto i vostri occhi, affinché vi possa essere di aiuto e di conforto.
Le mogli sapranno cosa raccontano i mariti alle amanti. Le amanti si accorgeranno di non essere sole, ma di subire insieme a migliaia di altre tapine un’ineluttabile logosfera comune. E infine, i fedifraghi dotati di intelligenza e umorismo potranno ridere di sé, ma forse chissà, talvolta anche riflettere.
Il fatto è che ci sono due modi per affrontare un tema doloroso come il tradimento: la tragedia e la commedia. Noi abbiamo scelto di corredare il frasario del fedifrago con storie vere di ordinaria comicità, sia perché il comico è la forma moderna del tragico, sia perché ridere dei propri disastri quotidiani è l’unico modo per non esserne sopraffatti.
Come suggerisce l’assennato finale del Falstaff di Verdi, la realtà della condizione umana è che siamo tutti gabbati. Così, con uno sguardo di tenerezza rivolto al nostro annaspare, davvero non ci resta che ridere.

Le autrici

Francesca Bonafini (Verona 1974) vive a Bologna. Ha pubblicato i romanzi Mangiacuore (Fernandel, 2008) e Casa di carne (Avagliano, 2014). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie. È presente nel Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango, 2008) con il lemma «zaino» ed è una delle quattro autrici del romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel, 2011). Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo (Auditorium, 2011).

Caterina Falconi è laureata in filosofia. Ha pubblicato i romanzi Sulla breccia (Fernandel, 2009) e Sotto falsa identità (Galaad Edizioni, 2014). Ha scritto, con Simone Gambacorta, Una questione di malafede. Scambio a due voci sulla scrittura creativa (Duende, 2010). Numerosi suoi racconti sono apparsi su antologie e riviste. È presente nell’antologia Nessuna più (Elliot, 2013), curata da Marilù Oliva. È co-curatrice delle antologie L’occasione (Galaad Edizioni, 2012), La morte nuda (Galaad Edizioni, 2013) e Sogni senza frontiere (Edizioni dell’Arco, 2013). Ha collaborato alla stesura delle sceneggiature della seconda serie del cartone animato Carotina Super Bip, della Lisciani Group.

La rassegna stampa

"La Città", quotidiano di Teramo: anticipazione dell'uscita di "Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti", in uscita il 24 giugno 2015.

“La Città”, quotidiano di Teramo: anticipazione dell’uscita di “Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti”, in uscita il 24 giugno 2015.


La Città, quotidiano di Teramo, 29 maggio 2015.

A cura di Simone Gambacorta, l’anticipazione del libro, in libreria dal 24 giugno.

(Il pdf dell’articolo è scaricabile qui)

“Il libro che fa tana ai mariti traditori
Adulteri, bugie, alibi e scuse: arriva il balla-detector di Bonafini e Falconi
Una guida semiseria con le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti

Due amiche, due scrittrici, due donne: hanno messo ancora una volta insieme i nomi “in ditta”, Francesca Bonafini e Caterina Falconi, e hanno scritto a quattro mani un libro insolito, curioso e molto divertente che ha soprattutto una virtù: riuscire a parlare dell’universo maschile, e in particolare a smascherare certe viltà e certe ipocrisie che accomunano più o meno tutti gli uomini, attraverso un’ottica squisitamente femminile. Arriva infatti nei prossimi giorni nelle librerie “Non avremmo mai dovuto”, un frasario semiserio del fedifrago italiano compilato dalle due autrici, che zigzagano brillantemente tra serio e faceto (Ad est dell’equatore, pp. 208, 12 euro).
Grazie a un campionario di bugie, luoghi comuni e alibi catalogati dal duo Bonafini-Falconi, “Non avremmo mai dovuto” dice ridendo e scherzando la verità, anzi l’amarissima e pure un bel po’ sconsolante verità, sulla questione relazioni extraconiugali. Il titolo del volume non lascia del resto dubbi sul tema: fulcro delle pagine è un evergreen per eccellenza del consorzio umano, le cosiddette e onnipresenti corna. Più precisamente, il libro zooma su quella sezione molto specialistica del variegato e sorprendente mondo adulterino che vede come protagonisti uomini sposati alle prese, sotto le lenzuola e non solo, con le rispettive amanti, il più delle volte disperatamente speranzose di spodestare la “titolare di cattedra” e così divenire le regine del cuore del principe azzurro di turno. E così questo volumetto costringe i maschietti e gli ometti e via ridimensionando a fare i conti con un’autocritica inesorabile, rivolta tanto al “si salvi chi può” quanto a “il più pulito c’ha la rogna”.
«Ogni marito fedifrago – questa la tesi delle autrici – quando si rivolge alla propria amante, attinge, più o meno inconsapevolmente, a un repertorio consolidato, una sorta di serbatoio dell’inconscio collettivo adulterino. È come se i traditori avessero accesso a un manuale segreto in cui sono racchiuse le frasi utili a innamorare, rabbonire, turlupinare le malcapitate, nel tentativo di perpetrare all’infinito la bigamia. Le amanti, nei primi tempi della relazione (e talvolta per un periodo molto lungo prima di insospettirsi), ascoltano con orecchie vergini le asserzioni del fedifrago, credendo nell’esclusività di quelle parole e ignorando che si tratta invece di formule condivise da tutta la categoria dei traditori». Bonafini e Falconi si addentrano con grande sense of humor in un lessico del tradimento ad uso e consumo delle fanciulle (a dire il vero non solo fanciulle, e non necessariamente in fiore), affinché sappiano destreggiarsi nell’interpretazione dei mille ingarbugliatissimi ed elusivi discorsi di cui i segreti dell’alcova le rendono inevitabilmente auditrici uniche e sole e non di rado desolate. E arricchiscono il tutto «con storie vere di ordinaria comicità. Sia perché – spiegano – il comico è la forma moderna del tragico, sia perché ridere dei propri disastri quotidiani è l’unico modo per non esserne sopraffatti».
È vero, non mancherà chi, specie tra militanti delle frange più ambigue e occhiute del moralismo bacchettone (e quindi semplificatorio) obietterà che, almeno fino a prova contraria, la complicità è pur sempre una forma di correità che impedisce, sommato tutto, di distinguere con nettezza tra sante e diavoli. Ma sarebbe un’obiezione di poco momento, e non perché infondata, piuttosto perché estranea alle finalità solidali, diciamo così, che hanno spinto le autrici a compilare questo spassoso manualetto. Lo si constata facilmente dinanzi all’enunciazione, così deliziosamente autoironica, degli obiettivi assolutamente pratici dell’opera, per tacere delle evidenti ragioni di necessità e urgenza che ne hanno decretata la pubblicazione: «A partire da oggi ogni donna possiede uno strumento indispensabile di difesa personale, perché il manuale del fedifrago non è più segreto: è qui, tra le vostre mani, sotto i vostri occhi, affinché vi possa essere di aiuto e conforto. Le mogli sapranno finalmente cosa raccontano i mariti alle amanti. Le amanti si accorgeranno di non essere sole, ma di subire insieme a migliaia di altre tapine un’ineluttabile logosfera comune. E infine, i fedifraghi dotati di intelligenza e umorismo potranno ridere di sé, ma forse chissà, talvolta anche riflettere».
Insomma, un effervescente mix tra la cassetta del pronto soccorso, la pietra filosofale e la cintura di sicurezza (citare altre cinture sarebbe forse fuori luogo) dove si individuano le modalità precipue e peculiari della retorica tipica del coniugato adultero: si va infatti «dalle sperticate dichiarazioni d’amore alle promesse di un futuro diverso, passando attraverso i ripensamenti (guarda caso, sempre post-coitali) nonché i moniti, le precisazioni, le preoccupazioni, le giustificazioni, le gelosie, le autocommiserazioni, le fantasie poligame, le pietose o impietose descrizioni opportunistiche della legittima consorte e delle copule coniugali, le esaltazioni appassionate del polimorfo sesso extraconiugale, e infine, i finti abbandoni e le nuove epifanie».
Francesca Bonafini, veneta di Verona, e Caterina Falconi, abruzzese di Giulianova (ma con natali atriani), dimostrano persino anagraficamente che tutto il mondo è paese anche per quanto riguarda la voce “fedifraghi”, e confezionano un divertissement che racconta uno spicchio clandestino della commedia umana, tenendo però fermo quel retrogusto amaro che alla fine diventa il vero bioritmo di tutte le scappatelle prolungate. Che poi la scrittura sia l’habitat privilegiato di queste due collaudate narratrici, è un fatto su cui non si discute.
Mo.mo”

***

Il Centro, quotidiano d’Abruzzo, 7 giugno 2015.
A cura di Lalla D’Ingnazio, un’anteprima del libro che sarà in libreria dal 24 giugno

L’articolo è scaricabile qui.

Quotidiano Il Centro, 7 giugno 2015. Anteprima di “Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti”, in uscita il 24 giugno 2015.

Quotidiano Il Centro, 7 giugno 2015. Anteprima di “Non avremmo mai dovuto. Le frasi che gli uomini sposati dicono alle amanti”, in uscita il 24 giugno 2015.

 

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  • I Libri: “Non avremmo mai dovuto – unico frasario semiserio del fedifrago italiano è un tesoro prezioso per ogni donna, uno strumento efficace di difesa personale più violento e simpatico di qualsiasi arte marziale.” (Alessandra Allegretti)
  • Yahoo Italia“Abbiamo raccolto dunque queste frasi, corredandole di storie vere di quotidiana comicità, perché l’unico modo per uscire sani di mente dalle faccende di corna è ridere, ridere, e ancora ridere”. (Intervista alle autrici su Yahoo Italia)
  • Video servizio su Yahoo Italia
  • Grazia.it:”Il perfetto libro per l’estate che ci aspetta”.
  • The Huffington Post: “Questo frasario squisitamente letterario vi farà sorridere, riflettere, domandare fino a che punto noi e le nostre amiche siamo davvero in grado di non buttare il nostro cuore a chi non lo merita”. (Marilù Oliva)
  • Mangialibri: “Con sguardo sornione e tono leggero le autrici portano alla luce i grandi classici dell’inganno amoroso – ma anche, simmetricamente, dell’ingenuità femminile – e li esemplificano con delle brevi parabole, portando all’attenzione del lettore casi pratici e aneddoti tragicomici.” (Eleonora Cocola)

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Un’altra primavera

Il viaggio di Casa di carne (Avagliano, 2014) riparte da Vienna.
L’appuntamento è lunedì 27 aprile alle ore 19.00 alla libreria Hartliebs Bücher – Porzellangasse 36 – 1090 Wien.

Hartliebs Bucher
Un romanzo che fa venire voglia di viaggiare e di innamorarsi.
Grazia Verasani

Casa di carne sa dire magnificamente e tutto della geografia sentimentale. Questo romanzo è un’istigazione all’amore.
Patrizia Rinaldi

Silvio D’Arzo diceva che non c’è nulla al mondo di più bello che scrivere. Per parte mia, potrei dire che il fascino ti prende, quando senti che la lingua diventa ritmo, e che quel ritmo ha una sua verità. Francesca Bonafini, oggi, ridesta questa esperienza di incantesimo.
Fabrizio Frasnedi

Il romanzo di Francesca Bonafini è uno scavo nell’interiorità di una protagonista credibile, autentica, sincera. […] È un libro di forte interrogazione esistenziale, che richiama, per certe tonalità interiori, due scrittori della linea emiliana, la cui lezione l’autrice sembra aver ben presente: Silvio D’Arzo e Pier Vittorio Tondelli.
Roberto Carnero – Il Sole 24 Ore

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“Casa di carne” (Avagliano, 2014): rassegna stampa

Casa di carne (Avagliano, 2014)

Recensioni su quotidiani e riviste:

 

Articoli inerenti al Premio Internazionale di Letteratura Scrivere Per Amore:


Interviste:

Interviste radio:

Video:

Alcune testate on line:


Tra le numerose segnalazioni uscite:

– Repubblica (Palermo), 12/10/2014 – “Casa di carne” il libro più venduto della settimana alla libreria Modusvivendi di Palermo.
– Leggere: tutti – il mensile del libro e della lettura.

Per altri articoli e segnalazioni vedi alla voce Rassegna stampa su questo blog oppure su L’estate di Casa di carne: tutte le date e  L’autunno di Casa di carne: tutte le date.

 

Casa di carne-copertina

Un romanzo che fa venire voglia di viaggiare e di innamorarsi.
Grazia Verasani

Casa di carne sa dire magnificamente e tutto della geografia sentimentale. Questo romanzo è un’istigazione all’amore.
Patrizia Rinaldi

Silvio D’Arzo diceva che non c’è nulla al mondo di più bello che scrivere. Per parte mia, potrei dire che il fascino ti prende, quando senti che la lingua diventa ritmo, e che quel ritmo ha una sua verità. Francesca Bonafini, oggi, ridesta questa esperienza di incantesimo.
Fabrizio Frasnedi

Il romanzo di Francesca Bonafini è uno scavo nell’interiorità di una protagonista credibile, autentica, sincera. […] È un libro di forte interrogazione esistenziale, che richiama, per certe tonalità interiori, due scrittori della linea emiliana, la cui lezione l’autrice sembra aver ben presente: Silvio D’Arzo e Pier Vittorio Tondelli.
Roberto Carnero – Il Sole 24 Ore

 

Casa di carne - quarta di copertina

 

Milano, 1 ottobre 2014, i tre finalisti del premio letterario internazionale "Scrivere per Amore": Alessandra Sarchi, Andrea Molesini, Francesca Bonafini

Milano, 1 ottobre 2014, i tre finalisti del premio letterario internazionale “Scrivere per Amore”: Alessandra Sarchi, Andrea Molesini, Francesca Bonafini

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FUOCO fuochino 3

fuoco-fuochino-03

FUOCO fuochino 3 (Fuocofuochino / Corraini, 2014), con prefazione di Andrea Cortellessa e illustrazioni di Ugo Nespolo.

FUOCO fuochino è un esercizio di letteratura gratuita che nasce da un’idea di Afro Somenzari e che ha preso forma nel cuore della Bassa accarezzata dal Po, al confine fra Lombardia ed Emilia. In un paesaggio di nebbie, narratori, barche e osterie, FUOCO fuochino suggerisce sommessamente presenze vitali e fantastiche, luci letterarie che appaiono e scompaiono come i segnali dei viandanti lungo la strada.
Questo terzo volume comprende testi di Paolo Colagrande, Camillo Cuneo, Miklos N. Varga, Francesca Bonafini, Mario Aldovini, Diego Rosa, Roberto Barbolini, Paolo Albani, Carlo Battisti, Renzo Butazzi, Hans Tuzzi, Gianfranco Mammi, Daniela Marcheschi, Virginia Boldrini, Aldo Gianolio, Simonetta Gilioli, Antonio Castronuovo, Don Backy, Alfredo Gianolio, Valerio Magrelli e Andrea Soncini.
Con prefazione di Andrea Cortellessa e illustrazioni di Ugo Nespolo.
FUOCO fuochino è una casa editrice – “la più povera casa editrice del mondo”, come si definisce nel frontespizio – ma anche il titolo di questa raccolta illustrata di scritti di autori amici. FUOCO fuochino 3 è disponibile in una tiratura di 300 copie ed è distribuito dalle Edizioni Corraini.

Allegria di naufragi

“Il naufragio ci ricorda che non siamo onnipotenti, e che tutte le nostre certezze sono fatte di sabbia, e che il sapere, se davvero coincide con la saggezza, non ha niente a che fare con la sicumera e con lo sfoggio. Perdersi è salvifico, perdersi ci dice chi siamo, ci ricorda una parola bellissima: umiltà, che viene da humus, terra. Noi questo siamo: terra. Che poi humus nel linguaggio corrente significa terreno molto fertile, e noi possiamo essere molto fertili, possiamo generare bellezza, perché l’umiltà ci rende più capaci di creare armonia anziché conflitto o, per lo meno, di porre le basi per una convivenza il più possibile rispettosa, e quindi pacifica. E infine, il naufragio forse ci insegna anche l’allegria, e qui mi riferisco a quel meraviglioso titolo ungarettiano, Allegria di naufragi: il naufragio talvolta rinnova l’attaccamento alla vita, malgrado tutto.”

Dall’intervista uscita su Tribuna Italia.

Bisogna sempre disobbedire ai violenti (René Girard)

la pietra dello scandalo - girard
Estratto da Violenza e reciprocità in La pietra dello scandalo, 2001 (Adelphi, 2004) di René Girard:

Agli appetiti e ai bisogni determinati dalla sfera biologica, comuni agli uomini e agli animali, legati a oggetti fissi che di conseguenza sono sempre gli stessi, si possono contrapporre il desiderio o la passione, fenomeni esclusivamente umani. Vi è passione, desiderio intenso, a partire dal momento in cui le nostre aspirazioni indeterminate si fissano su un modello che ci suggerisce cosa desiderare, il più delle volte desiderandolo lui stesso. Questo modello può essere la società nel suo insieme, ma è spesso un individuo che noi ammiriamo. Gli uomini hanno il potere di trasformare in modello chiunque ai loro occhi sia dotato di prestigio, e questo non vale solo per i bambini e gli adolescenti, ma anche per gli adulti.

Osservando le persone intorno a noi, si intuisce subito come il desiderio mimetico, o l’imitazione desiderante, domini sia i nostri mimimi gesti, sia ciò che è più importante nelle nostre vite, la scelta di un coniuge, quella di una carriera, il senso stesso che noi diamo all’esistenza.

Quanto si chiama desiderio o passione non è imitativo, mimetico, accidentalmente o di tanto in tanto, bensì sempre. Lungi dall’essere ciò che è più intimamente nostro, il nostro desiderio proviene dagli altri. Esso è per definizione sociale…

[…]

Dato che desideriamo quello che desidera un modello che ci è molto vicino nello spazio e nel tempo, ragione per cui l’oggetto a cui mira l’altro diventa alla nostra portata, noi ci sforziamo di togliere all’altro quell’oggetto, e la rivalità con lui si fa inevitabile.

Questa è la rivalità mimetica, che può raggiungere un livello di intensità straordinario, ed è responsabile della frequenza e dell’intensità dei conflitti umani. La cosa strana, però, è che nessuno ne parla mai. La rivalità mimetica fa di tutto per nascondersi, perfino agli occhi dei diretti interessati, e in genere ci riesce.

Nei combattimenti intraspecifici che si svolgono fra gli uomini la prospettiva di una morte concreta non arresta i combattenti. La rivalità mimetica è già presente tra i mammiferi, ma è di minor intensità, e quasi sempre si arresta prima di divenire fatale. Essa conduce a relazioni gerarchiche di dominanza che, come regola generale, sono dotate di maggiore stabilità dei rapporti umani, soprattutto dei rapporti umani quando sono consegnati al mimetismo che è loro proprio.

Allorché un imitatore si sforza di togliere al proprio modello l’oggetto del desiderio che entrambi condividono, quest’ultimo ovviamente si oppone, e il desiderio si fa più intenso da entrambe le parti. Il modello diviene l’imitatore del suo imitatore, e viceversa. Tutti i ruoli si scambiano e si riflettono in una duplice imitazione sempre più perfetta, che rende gli antagonisti via via più simili tra loro.

[…]

La filosofia romantica e moderna disprezza l’imitazione, e col passare del tempo questo disprezzo non fa che rafforzarsi. La cosa strana è che tale atteggiamento si fonda su una supposta incapacità degli imitatori di opporsi ai loro modelli! I pensatori vedono nel mimetismo una rinuncia all’autentica individualità, poiché in esso l’individuo si annienta dinanzi agli «altri» e si rimette all’opinione comune.

L’imitazione passiva e sottomessa in effetti esiste; ma l’odio del conformismo, l’individualismo a oltranza non sono meno imitativi, e costituiscono oggi un conformismo in negativo ancor più temibile del precedente. Mi sembra che l’individualismo moderno sia la negazione sempre più disperata di un desiderio mimetico che ognuno di noi cerca di far ricadere sugli altri, sui comuni mortali, trasformati frequentemente in oggetto del nostro disprezzo di comodo.

Nell’imitare gli «altri» – siamo soliti dire – noi rinunciamo alla nostra «personalità». Ciò che caratterizza gli imitatori non sarebbe la violenza, ma la passività, il comportamento gregario. È questa visione che definisco «menzogna romantica», la cui versione più celebre, nel XX secolo, si deve a Martin Heidegger. In Essere e tempo, l’Esserci «inautentico» coincide con il «si» (das Man) del rifiuto collettivo della responsabilità. L’imitazione passiva e conformista rinuncia ad affermarsi e lottare. Tutto questo si oppone all’Esserci autentico sostenuto dal filosofo stesso, quello che non ha paura di impegnarsi contro avversari degni di lui, nello spirito del Polemos eracliteo, cioè della violenza, del conflitto che è «padre e re di tutte le cose». Il gusto della lotta e della contesa sarebbe una prova di autenticità, di volontà di potenza nel senso nietzcheano del termine.

La passione e il desiderio, in realtà, non sono mai autentici nel significato che intende Heidegger. Non sono un capitale che si sborsi di tasca propria, ma una somma presa in prestito da altri. Invece di vedere nei nostri conflitti una prova di autonomia, come fa Heidegger, bisogna vedere in essi precisamente il contrario, la conferma della natura mimetica dei nostri desideri.

Noi che crediamo di essere «individualisti» abbiamo l’impressione di non imitare nessuno, visto che ci contrapponiamo violentemente al loro modello. Ma anziché essere incompatibile con l’imitazione, la violenza «eraclitea» è una versione idealizzata della rivalità mimetica.

[…]

Gli uomini sono esposti a un contagio violento che spesso conduce a cicli di vendette, a violenze a catena che sono palesemente tutte simili fra loro, dal momento che tutte si imitano. Per questo sostengo che il vero segreto del conflitto e della violenza è l’imitazione desiderante, il desiderio mimetico insieme alle feroci rivalità che esso genera.

Ma, anche ammettendo che la rivalità mimetica sia la causa di molti conflitti, si potrebbe pensare che vi siano altri rapporti conflittuali dove il desiderio è assente, e che io ne esageri il ruolo quando ne faccio la causa principale dei conflitti umani.

[…]

Per rispondere a questa obiezione, prendiamo un esempio insignificante e normale: voi mi tendete la mano e, di ricambio, io vi tendo la mia. Quello che compiamo insieme è il rito inoffensivo della stretta di mano. L’educazione esige che, davanti alla vostra mano tesa, io faccia lo stesso. Se, per una ragione qualunque, io rifiuto di partecipare al rito, rifiuto di imitarvi, qual è la vostra reazione? Anche voi ritirate subito la vostra mano, dimostrando nei miei confronti una diffidenza almeno uguale o probabilmente superiore a quella che io manifesto verso di voi. […] Se io mi sottraggo alla stretta di mano, se rifiuto insomma di imitarvi, allora siete voi a imitarmi riproducendo il mio rifiuto, copiandolo.

L’imitazione che doveva concretizzare l’accordo, risorge, cosa strana, per confermare e rinforzare il disaccordo. Una volta di più, in altri termini, l’imitazione trionfa, e allora si vede bene in quale maniera rigorosa, implacabile la doppia imitazione strutturi tutti i rapporti umani.

[…]

Se un personaggio, che indicheremo come B, non risponde ad A che gli tende la mano, A si sente subito offeso e a sua volta rifiuta di stringere la mano a B. Rispetto al primo, questo secondo rifiuto viene troppo tardi e rischia di passare inosservato. A si sforza allora di renderlo più visibile calcandolo un po’, forzando impercettibilmente i toni. Forse volterà clamorosamente le spalle a B. Egli non ha la minima intenzione di innescare una spirale violenta, ma desidera semplicemente «rendere la pariglia», far capire a B che non gli sfugge il carattere insultante del suo comportamento.

Quello che A interpreta come un rifiuto scortese non era magari che una lieve distrazione da parte di B, la cui attenzione era rivolta ad altro. Immaginare un insulto deliberato è, per la vanità di A, meno doloroso che passare inosservato anche per un solo istante. […] B trova ingiusta l’improvvisa freddezza che A gli dimostra e, per mettersi al suo stesso livello, nel rispondere ad A aggiungerà un supplemento di freddezza al contegno freddo dell’altro. Né A né B desiderano il disaccordo, e ciò nonostante esso si è verificato.

[…]

I rapporti umani sono una doppia imitazione perpetua la cui ambiguità viene espressa perfettamente dalla parola reciprocità. Il rapporto può essere benevolo e pacifico, oppure malevolo e bellicoso, ma in ogni caso senza mai cessare di essere – cosa curiosa – mimeticamente reciproco.

[…]

La doppia imitazione è dunque dappertutto. Persino nella sua forma più meccanica, essa può generare lo stesso tipo di conflitto della rivalità basata sul desiderio mimetico. La concordia si tramuta in discordia per una serie continua di piccole rotture simmetriche […]. La causa principale è la tendenza a sovracompensare l’ostilità presunta dell’altro, con il risultato di rafforzarla sempre di più.

[…]

I nostri rapporti possono dunque degenerare un piccolo passo dopo l’altro, senza che nessuno si senta responsabile della loro degenerazione. La violenza dei non violenti che tutti crediamo di essere non è mai l’opera di individui particolarmente «aggressivi» di cui ci potremmo liberare con misure preventive adguate (espulsione rituale, ecc.); non è nemmeno il frutto di un istinto aggressivo, di un carattere ineliminabile della nostra natura umana al quale bisogna rassegnarsi. Questa violenza è il risultato di una collaborazione negativa che il nostro accecamento narcisista fa sempre in modo di non riconoscere.

Noi pensiamo che per sfuggire alla responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i soggetti più violenti credono sempre di reagire a una violenza che proviene dagli altri.

[…]

Questa cecità verso il mimetismo lascia tutte le porte spalancate al diffondersi contagioso della violenza. Come stupirsi del fatto che le morali ordinarie non hanno mai cambiato nulla nei meccanismi abituali della violenza? Esse partecipano in pieno alle illusioni abituali al riguardo, ed è proprio per questo che noi le accettiamo; ci rassicurano sulla nostra innocenza e giustificano le nostre nobili lamentazioni sulla violenza universale, senza farci mai venire il minimo dubbio per quel che ci riguarda, senza farci mai venire in mente che noi per primi, nel nostro piccolo, possiamo dare un valido contributo ai fenomeni che condanniamo.

[…]

«Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e Dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi vuol portarti in tribunale per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello» (Matteo, 5, 38-40)

La maggior parte dei moderni vede in queste raccomandazioni un’«utopia pacifista» manifestamente ingenua e perfino deplorevole perché inutilmente servile, dolorista, e probabilmente «masochista». […] Di che cosa sta parlando in realtà il brano che ho citato? All’inzio parla di una persona furiosa che ci prende a schiaffi senza provocazioni, poi di un individuo che si prodiga per rubarci legalmente la tunica, che nel mondo di Gesù era l’abito principale, e spesso l’unico.

Delle condotte così esemplarmente odiose suggeriscono la volontà di provocare. Queste persone malvage non chiedono di meglio che esasperarci, allo scopo di trascinarci con loro in un processo di escalation violenta. Fanno tutto il possibile, in fondo, per provocare le rappresaglie che giustificherebbero le loro violenze ulteriori. Costoro aspirano al pretesto della «legittima difesa». Se noi li trattassimo come loro trattano noi, essi potrebbero subito mascherare la loro ingiustizia sotto le sembianze di rappresaglie pienamente giustificate dalla nostra violenza nei loro confronti. È pertanto necessario rifiutare questa collaborazione negativa a cui l’aggressore ci vorrebbe trascinare.

Bisogna sempre disobbedire ai violenti, non solo perché ci spingono al male, ma perché la nostra disobbedienza è l’unico mezzo per bloccare quel coinvolgimento collettivo che è sempre la peggior forma di violenza, quella che si diffonde come un contagio.”

René Girard, da Violenza e reciprocità in La pietra dello scandalo, 2001. (Adelphi, 2004)

Il silenzio fa bene alle parole

“Il silenzio fa bene alle parole e a tutto il resto. Parliamo troppo, scriviamo troppo, e dovremmo invece praticare più spesso l’esercizio del silenzio, che è poi anche l’esercizio dell’ascolto. Invece è come se volessimo sempre riempire tutti gli spazi, anche quelli degli altri. Non va bene, e non fa bene. Per questa ragione io sento spesso il bisogno di stare da sola, per poi tornare in mezzo agli altri meglio capace di uno sguardo di tenerezza, come dice Fabrizio Frasnedi, le cui parole sono da tanti anni il mio nutrimento essenziale.”

Dall’intervista che mi ha fatto Marilù Oliva, pubblicata su Libroguerriero.

 

“Casa di carne” a Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria – Roma

bonafini a Più libri più liberi - Roma

Roma-Più Libri Più Liberi

Lo stand di Avagliano a Più Libri Più Liberi 2014.

Lo stand di Avagliano a Più Libri Più Liberi 2014.

Lo stand di Avagliano a Più Libri Più Liberi 2014 - Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, Roma

 

Serata finale del Premio “Scrivere per amore”

Casa di carne (Avagliano, 2014), giunto nella terzina finalista (su diciannove libri in concorso) del Premio Internazionale di Letteratura “Scrivere Per Amore” insieme a L’amore normale (Einaudi) di Alessandra Sarchi e Presagio (Sellerio) di Andrea Molesini, si è infine aggiudicato il secondo posto.

Queste le motivazioni delle giurate che hanno dato la loro preferenza a Casa di carne:

Casa di carne
di Francesca Bonafini fa venire voglia di scovare uno zaino, riempirlo e andare in cerca del miracolo dell’amore. La protagonista, con le sue partenze e i suoi sconfinamenti, è sincera, autentica. Sono pagine che si bevono anche grazie a un uso della punteggiatura che rende il ritmo e i dialoghi incalzanti, senza bisogno di segni tipografici. (Alda Vanzan, giornalista de Il Gazzettino)

Casa di Carne è un libro che va diritto al cuore e tocca le vibrazioni dei sensi. Anzi, è proprio su un diverso “sentire” sessualmente e mentalmente che fa riflettere. La protagonista, con energia, entusiasmo e coraggio intraprende una strada che non conosce, che non sa bene dove la porterà ma che istintivamente percepisce dover percorrere per trovare l’amore con A maiuscola. In questa ricerca non facile si imbatte e si confronta con altri sentimenti: il piacere della sessualità tra amiche, l’amicizia, la fratellanza, la sofferenza e il dolore. Esperienze che l’aiutano a connotare ancor più incisivamente la sua ricerca. In questo la storia presenta uno spunto, a mio avviso, originale. Anche il ritmo è originale, incalzante e quanto basta da spingere il lettore ad arrivare in fretta alla fine. La scrittura è piacevole, seppur in alcuni tratti appare ancora acerba.
Ma sono convita che Francesca abbia tutti i requisiti per proseguire con successo quel percorso di scrittrice dove è già un nome. (Lucilla Incorvati, giornalista di Plus24-Sole24Ore)

La mia scelta ricade su Casa di carne perché ho molto apprezzato la modernità non solo del tema, ma del modo di affrontarlo. In particolare, la scelta di non cedere al dialogo in forma diretta preferendovi invece la formula indiretta rende la lettura più scorrevole e appassionante. (Manuela Croci, giornalista de Il Corriere Della Sera)

Si dice che i cuori dei giovani ondeggiano sempre. Sono cuori capricciosi, in tensione verso qualcosa che solo intuiscono ma che con difficoltà riescono a raggiungere. L’autrice suggerisce, con una lingua affascinante, ludica ed efficace, che per trovarsi è necessario perdersi. L’irrequietezza del cuore e del corpo non è una debolezza, ma la forza vitale che spinge la protagonista a innamorarsi di se stessa prima di tutto, quindi della vita e di chi ne fa parte. Un romanzo che è un viaggio, proprio come l’amore e che sa restituire al lettore la voglia, qualora perduta, di rischiare tutto per trovare la felicità. (Melissa Panarello, scrittrice)

Andrea Molesini (Sellerio), Alessandra Sarchi (Einaudi), Francesca Bonafini (Avagliano), finalisti al Premio Letterario Internazionale "Scrivere per amore".

Andrea Molesini (Sellerio), Alessandra Sarchi (Einaudi), Francesca Bonafini (Avagliano), finalisti al Premio Letterario Internazionale “Scrivere per amore”.

Serata finale del Premio Letterario Internazionale "Scrivere per amore"

Serata finale del Premio Letterario Internazionale “Scrivere per amore”

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