La pratica narrativa come atto politico: costruire passioni alternative al culto della morte

di Francesca Bonafini

In altre parole, questa non è la rivolta dell’islam o dei musulmani, ma un problema che riguarda due categorie di giovani. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.”
(Olivier Roy, da “L’islam è un pretesto”, su Internazionale del 27 nov./3 dic. 2015)

Il bellissimo articolo di Olivier Roy sulla pretestuosità della fede religiosa dei jihadisti mette in primo piano il dato anagrafico, ovvero la giovinezza dei combattenti, elemento che a me è sempre sembrato particolarmente rilevante, benché spesso trascurato dai vari commentatori delle complesse e tragiche vicende della contemporaneità. Forse perché trascurarlo è funzionale ai poteri, quali essi siano, che della carne da macello pronta a immolarsi per una causa si servono da che mondo è mondo? È un’ipotesi possibile.

L’oggetto di qualsiasi idolatria è sempre un pretesto: il problema è dunque l’idolatria in sé, non l’oggetto. Non è una questione di religione islamica come qualcuno, strumentalmente, vorrebbe farci credere.
Il “tifoso” che va allo stadio a menare le mani ha a cuore solo il proprio desiderio narcisistico di menare le mani: della squadra di cui si dichiara sostenitore non gliene importa in realtà un fico secco. Così il terrorista.

La giovinezza va sempre cercando appartenenze forti, radicali, manichee, e l’Is offre, truffaldinamente, una causa per cui sacrificarsi. Fermo restando che, per come la penso io, qualsiasi causa che richieda violenza, nonché il sacrificio della propria e della altrui vita, è sempre truffaldina, ciò che Olivier Roy rileva nell’attrazione che l’Is esercita sui giovani – e in particolar modo i cosiddetti foreign fighters, che non hanno motivo alcuno di risentimenti di stampo economico o politico – è soprattutto l’elemento nichilistico, che è il vero motore di ogni pratica terroristica. 

Roy chiude l’articolo con queste parole:

Quanto ai convertiti, scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro. Entrare nell’Is significa avere la certezza di poter seminare il terrore”.

Il perdente radicale - EnzensbergerLeggendo l’articolo di Roy mi è tornato in mente un breve saggio di Enzensberger intitolato Il perdente radicale, uscito nel 2006 (in Italia nel 2007). E mi è venuto in mente non a caso: qualche giorno fa, mentre lo rileggevo, ho trovato, infatti, tra le indicazioni bibliografiche a cui l’autore fa riferimento a sostegno della propria argomentazione, proprio un testo di Olivier Roy del 2004 (“Globalized Islam: The search for a new Ummah”).

Scrive Enzensberger:

“Che il terrorismo danneggi gravemente non solo l’immagine dell’islam, ma anche le condizioni di vita dei suoi adepti in tutto il mondo, agli islamisti non importa proprio nulla, come non importava ai nazionalsocialisti la rovina della Germania. In quanto avanguardisti della morte, non hanno riguardi per la vita dei loro confratelli. Per gli islamisti, il fatto che per la maggior parte i musulmani non abbiano alcuna voglia di far saltare in aria se stessi e altri dimostra unicamente che essi non hanno meritato di meglio della loro liquidazione”.

E, ancora, sul parallelo con i nazisti:

“Alla fine della Repubblica di Weimar vasti strati della popolazione si sentivano perdenti. I dati oggettivi sono eloquenti; tuttavia la crisi economica e la disoccupazione non sarebbero bastate per portare Hitler al potere. Occorreva una propaganda mirata al fattore soggettivo: il rancore narcisistico suscitato dalla sconfitta del 1918 e dal trattato di Versailles. La maggior parte dei tedeschi cercava la colpa presso altri. […] La bruciante sensazione di essere perdenti poteva essere compensata solo dalla fuga in avanti, nella megalomania. Fin dall’inizio impazzava nelle teste dei nazionalsocialisti il fantasma del dominio mondiale. Quindi i loro obiettivi erano sconfinati e non negoziabili; in questo senso erano non solo irreali, ma impolitici. Nessuna considerazione degli assetti mondiali era in grado di convincere Hitler e i suoi seguaci che la guerra di un piccolo paese mitteleuropeo contro il resto del mondo era destinata al fallimento. Al contrario. Il perdente radicale non conosce la risoluzione del conflitto, il compromesso, in grado di coinvolgerlo in un normale intreccio di interessi e di disinnescare la sua energia distruttiva. Quanto più assurdo il suo progetto, tanto più fanaticamente lo persegue. Non è peregrina l’ipotesi che Hitler e i suoi accoliti mirassero non a vincere, ma a radicalizzare e perpetuare il loro status di perdenti. Naturalmente la rabbia accumulata si scaricò in una guerra di sterminio senza precedenti contro tutti gli altri che ritenevano responsabili delle loro sconfitte – in primis si trattava di far fuori gli ebrei e tutti i nemici del 1919 –, ma non intendevano affatto risparmiare i tedeschi. Il loro vero obiettivo non era la vittoria, ma lo sterminio, il dissolvimento, il suicidio collettivo, la fine con orrore.

Ebbene, cosa possiamo fare noi di fronte a tutto questo?

Forse, l’unica azione davvero praticabile, concretamente praticabile, per lo meno per quel che riguarda le nostre piccole vite, è lo sforzo di costruire, giorno per giorno, ognuno secondo le proprie capacità e i propri mezzi, non solo l’attitudine all’accoglienza e il senso dell’alterità, ma anche la possibilità di passioni alternative al culto della morte. Che, in quanto alternative al culto nichilistico della morte, non sono mai idolatriche.

Questa è anche, io credo, la responsabilità del narratore.
A questo proposito, da un’intervista su Letteratitudine (estate 2014):
“[…] E infatti, gira e rigira, si torna poi sempre alla faccenda della carne, perché si possono fare tante belle e dotte disamine politiche, economiche e sociali, ma alla fin fine, se ognuno di noi fosse intimamente persuaso che mai, per nessun motivo, è lecito uccidere, perché ogni vita è unica e irripetibile, non credi che sarebbe tutto un po’ più semplice? La via del dialogo per la risoluzione dei conflitti non sarebbe forse maggiormente percorribile? Certo c’è sempre qualcuno a cui non conviene la via del dialogo. Ma se coloro i quali traggono profitto dai focolai di conflittualità diffusa fossero infine anch’essi persuasi dell’inviolabilità di ogni vita? Il cambiamento veramente rivoluzionario è sempre un processo individuale, è in rapporto con la trasformazione delle coscienze individuali.
 Sta di fatto che io, guardandomi attorno e leggendo i giornali, perlopiù ammutolisco. Mi sento impotente, inadeguata. Percepisco nettamente la carenza dei miei mezzi, delle mie poche competenze, ma anche di eventuali parole buttate lì nell’immediatezza dei fatti, parole che inevitabilmente suonerebbero vacue, inutili e imprecise. E mi chiedo: in che modo posso tirar fuori la mia piccola voce? Mi rispondo: narrando. Raccontando storie minuscole. Virginia Woolf, ne “Le tre ghinee”, alla domanda su come si possa prevenire la guerra risponde: si previene non con la valutazione della situazione politica internazionale, bensì attraverso la narrazione di biografie. Raccontare storie di vita è l’antidoto migliore alla guerra, scrive Adriana Cavarero, che ricorda anche di quanto Hannah Arendt tenesse in considerazione, come vero e proprio atto politico, la pratica narrativa, che ha il merito di mettere in primo piano l’unicità dell’essere umano. Narrare: un antidoto alla guerra che scommette su un futuro sempre di là da venire, un antidoto lungimirante, volto alla trasformazione delle coscienze individuali.

Annunci