Francesca Bonafini

Da "Mangiacuore" (Fernandel, 2008) a "Celestiale" (Sinnos, 2018) : l'archivio delle mie pubblicazioni, presentazioni, readings, rassegna stampa

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 Mangiacuore, estratto da pagg. 119-120

I miei pomeriggi portegni li passo bighellonando tra i caffè e le librerie dell’avenida Corrientes.
Non è la prima  volta che scalpiccio in queste strade. Ho conosciuto Buenos Aires negli anni opulenti della parità peso-dollaro del governo Menem, gli anni dell’illusione liberista. Svendevano l’Argentina per pochi denari, saccheggiavano un paese fingendo di promuoverne lo sviluppo. Menzogne. Hanno prodotto milioni di poveri, rifiuti umani da gettare nelle discariche delle periferie.
Menzogne. Male parole, materia impalpabile che forgia la realtà. Il mondo è fatto di questa pasta e di questa parola.
Chiamarsi fuori, lasciar andare, lasciar perdere.
Le cose vadano per proprio conto, che vadano.
Io non lo so se ce la faccio, lasciar andare.
Pochi mesi fa, a Buenos Aires scendevano in strada con la collera in mano. Non c’erano più parole, non bastavano. Una moltitudine di persone parlava picchiando sui tegami. Il rumore ha una sua forza disperata, il rumore è l’esasperazione che non trova più verbo per dirsi.
Mi siedo in un caffè e penso che anch’io, forse, sono arrivata a questo.
Però ho comprato lo stesso dei libri, a Buenos Aires. Li tengo in un tascapane sfilacciato che acquistai al mercato della Montagnola a Bologna, tanti anni fa. In questa sacca ci ho trasportato decine e decine di volumi, milioni di costruzioni verbali a tentare un senso.
Estraggo i miei acquisti, li appoggio sul tavolino. Mi domando cosa ci facciano adesso nel mio tascapane. Forse sarebbe meglio tenerci dentro una padella e un coltello lungo per sbatterci sopra.

buenos aires
(Mangiacuore, estratto da pagg. 119-120)

Illustrazione di Benito Mascitti

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Mangiacuore, estratto da pagg. 12-13


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Roma Termini. Tutte le volte che scendo dal treno mi tremano le gambe. Percorro il binario, quella sua breveinfinita lunghezza, e mi tremano le gambe. Porca vacca in che cavolo di casino mi sono cacciata. Eh, lo so. Sono brava a buttarmi nei casini, io. Un talento di quelli spiccati, evidenti, indiscutibili. Ma non faccio mica apposta. Mi viene naturale, ecco, forse è quello: mi viene naturale.
Alfredo non era previsto.
Non era previsto. Punto.
Del resto, troppe cose non erano previste.
Sai cos’è che succede? Succede che da piccoli si pensa che la vita sia in un modo tutto bello e che tutto vada bene e che a me mica mi capitano le cose incasinate oscure, perché anch’io come gli altri ho da fare robe giuste e importanti e soprattutto normali secondo la norma stabilita e impacchettata come lo stoccafisso, ed è ovvio che ce la farò. Invece poi succede che ti tremano le mani e non ce la fai mica più a fare quello che devi. Succede che ti sembra tutto troppo diffcile per te, che sei debole, troppo minuscola per i progetti, anche quelli piccoli piccoli borghesi. Anche quelli. Però, bene o male, saresti capace anche tu di trovarti un lavoro e un marito e dei figli e una casa perché si fa così e perché lo fanno tutti. Saresti capace, ma non vuoi. Perlomeno non adesso, non subito. Perché? Boh.
Sarà che ti piove sulla testa un tormento che dio lo manda e non hai riparo e te lo becchi tutto addosso, e allora comincia la fatica di andare per le strade con i vestiti fradici di quel tormento lì che la gente ti guarda con occhi torvi, perché non lo capisce proprio niente quel travaglio. La gente non li capisce proprio quei vestiti pesanti di pioggia tormentosa e dice ma perché non se li toglie e si dà una regolata.
Eh, bravi. Ma la pioggia è andata fin giù nelle ossa. I vestiti li puoi anche asciugare, cambiare, metterti sopra l’abito buono a nascondere le ossa marce. Che poi è quello che fai quando esci e vai in mezzo alla gente: nascondere la malattia.
Perché la gente, di giorno fa le cose giuste e di notte dorme il sonno dei giusti, e tu invece non dormi mica più. Tu non sei dalla parte dei giusti. Tu hai dentro una cosa maledetta che ti porta lontano. Ti tocca partire.
Certi pezzi di viaggio te li devi macinare sulla strada. Andarteli a cercare nei vicoli.
Io, a me, mi è capitato un giorno di andare a Milano.

bambini a milano
(Mangiacuore, estratto da pagg. 12-13)

Illustrazioni di Benito Mascitti


L’incipit della ragazza del nord
(Mangiacuore, estratto da pagg. 9-10)

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Ad averlo saputo per tempo, ad aver intuito precocemente l’alta e perigliosissima densità tossica insita nell’indicibile profumo divino di Alfredo (e infatti non mi ci provo a dirlo, io, l’ineffabile), col cavolo che mi ci sarei parata davanti senza la minima precauzione (bombole di ossigeno, maschera antigas, camera iperbarica mobile).
Essendo l’aroma emanato dalla sua pelle una sostanza psicoattiva atta a stimolare il sistema nervoso centrale, sarebbe stato auspicabile, da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico, allegare alla sua persona un foglietto illustrativo al fine di chiarire minuziosamente almeno le controindicazioni connesse all’uso, oppure un semplice e da chiunque facilmente comprensibile avvertimento (del tipo attenzione attenzione sostanza pericolosa che, sniffa oggi sniffa domani, va a finire con la dipendenza che cattura le budella e non le
vuole mollare più).
A saperlo, ci si può anche regolare. Almeno limitare l’esposizione,
se non è proprio possibile evitarla del tutto.
E invece no. Alfredo circola impunito a far danni irreparabili, con l’aggravante di portarsi addosso una bocca che non si sa mica chi possa averla inventata così bella e piena di carne che viene smania di assaggiarla e una fame di carne che non te la togli e ti si presenta durante il sonno notturno sotto forma di lonza leggera e presta molto, e alla mattina tocca anche mettersi a fare l’ermeneuta dei sogni. Ma come se non bastasse, il farabutto ha perfino l’arditezza di guardare con uno sguardo grigioverde che esorta inequivocabilmente al banchetto carnale, nonché la sfrontatezza di attivare gli organi della fonazione emettendo suoni splendidamente baritonali e
ipnotici al fine di alterare la funzione percettiva degli astanti.
Inoltre, egli non si cura affatto di celare pudicamente l’angelica capigliatura nera e maledetta come l’inferno, e neppure si preoccupa di evitare che inermi occhi altrui si espongano al pericolo di appoggiarsi sul suo corpo di giovinetto della Grecia antica (quelli che piacevano ai filosofi), corpo adolescente nonostante
abbia egli raggiunto l’età di gesucristo crocifisso.
Ecco dunque scientificamente spiegato il motivo per cui mi ritrovo, mio malgrado, a salire su un treno in preda alla più tremenda delle astinenze (vampate di caldo alternate a brividi di freddo, lacrimazione, crampi) con il solo scopo di raggiungere Alfredo nella sua città, luogo in cui soggiornò per un certo numero di anni il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, il quale (come dimostrano i lunghi studi da me compiuti sulla sua opera) dall’osservazione della figura di Alfredo trasse oltremodo ispirazione.

alfredo tra i palazzi

 

(Mangiacuore, estratto da pagg. 9-10)

Illustrazioni di Benito Mascitti

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L’incipit di Alfredo
(Mangiacuore, estratto da pagg. 10-11)


Mangiacuore-rovine

Io non so se ce la faccio.
A guardarmi alle spalle, vedo soltanto rovine. Ma non le rovine di Roma antica. Quelle non mi fanno paura, e mi piace camminarci dentro.
La mia Roma di rovine ha i muri scrostati di Centocelle dove sono stato bambino e poi ragazzo e poi la mia famiglia si è trasferita a Monte Sacro. Però a Centocelle ci tornavo con il motorino tutti i pomeriggi dopo la scuola, perché lì avevo gli amici, che forse amici non erano. Forse, era solo un trascinare in gruppo le nostre solitudini cercando un senso.
disperazioneIo, in tutto quel cercare, mi sono trovato per le mani anche la polvere. Dicevano che era buona e che calmava l’angoscia. 
Era vero e mi piaceva e mi sentivo forte e non avevo più paura. Poi ho iniziato a venderla, e questo mi dava la sensazione di essere importante, tutti mi cercavano e mi rispettavano. Ero come un dio, ero potente. Avevo finalmente la mia bella maschera la indossare e non mi sentivo più inferiore a nessuno e guadagnavo un mucchio di soldi, che sono tutte cose che per la gente hanno valore. Poi succede che la polvere copre tutto e non esiste più nulla all’infuori di lei. Eppure credevo di abbracciare il mondo intero.
In realtà, non avevo capito un cazzo. Ci ho impiegato molti anni per capire. Anzi, forse ancora non ho capito un bel niente. L’unica cosa che so è che se guardo indietro vedo una discarica, e mi sembra che sia quello il mio posto.
C’è una ragazza del nord che viene a cercarmi e mi dice cose belle nell’orecchio e mi bacia a lungo. Non ha paura delle mie cicatrici. Mi legge pagine che non lo so proprio da che libri vengono, puliscono le piaghe ma anche fanno male un bel po’. Mi abbraccia e dice che sono tossico e creo dipendenza e che le tocca fare tutti quei chilometri per avere la sua bella dose di me, e allora ridiamo insieme e ogni cosa diventa più leggera.
In quei momenti non ci penso, alla discarica. Ma sono solo momenti. Chiuso in una stanza insieme a lei mi pare che posso anche raccontarmi senza fingere, ma non sempre ci riesco.
Poi esco fuori e mi sento addosso gli sguardi.
Soprattutto, mi sento addosso il mio.
Lo so che per distoglierlo basterebbe toccare la polvere ancora una volta, e poi ancora. Ma io non voglio. Però non lo so, se ce la faccio. Mi sembra che se non torno indietro devo mettermi una maschera nuova che su di me non è nemmeno credibile e mi sento ridicolo.
La ragazza dice che non è obbligatorio mettersi le maschere, ma a me mi pare che il mondo vada avanti così.

 

Mangiacuore - maschere

 

(Mangiacuore, estratto da pagg. 10-11)

Illustrazioni di Benito Mascitti