Un’assenza che grida

di Francesca Bonafini

“Il melodramma, dicevamo, fu dunque tragedia, nei modi della musica, e, ci pare di poter dire, tragedia dell’umano sentire, degli affetti inappagati; ci piacerebbe, con parola rinnovata nel senso dal moderno sapere, tragedia del desiderio. La musica, del resto, meglio della parola, è linguaggio privilegiato a dar voce ai moti nascosti della psiche. Il personaggio di melodramma è insomma, nella nostra visione, portatore e figura, innanzitutto, di ciò che i francesi chiamerebbero un manque, un’assenza, dunque, un’assenza che grida, nei modi della musica, fino alle soglie estreme degli stili musicali, che confinano appunto con l’urlo e con il grido. Il virtuosismo vocale, che si esprime con gli stilemi di ogni epoca, gli abbellimenti, le puntature esprimono, nella nostra visione, non solo il fascino intrinseco nel virtuosismo stesso, ma la tensione verso il confine del grido inesausto e disperato, come l’urlo di Giobbe al cielo. Come dire che il virtuosismo, aldilà del suo volto angelico, che evoca il canto dell’usignolo o la voce materna nell’universo prenatale, è esso stesso una maschera tragica: confina infatti sempre con la possibilità di una caduta. Come i trapezisti, gli acrobati, i funamboli nel circo, l’esecutore è infatti sempre al limite delle proprie possibilità, e dunque sull’orlo di un baratro, con la morte negli occhi, al confine con la terra di nessuno di Medusa. Ed è, nello stesso tempo, ai confini del linguaggio. Linguaggio significa elaborazione, tollerabilità, ammorbidimento culturale del disperare; e il linguaggio della musica accompagna il personaggio nel suo modulare il motivo dell’assenza che lo fa soffrire, ma, mentre lo accompagna e lo guida, gli mostra il ciglio dell’abisso, di quella rupe di Leucade al colmo della quale il canto può solo diventare grido”.

Fabrizio Frasnedi, da Figure dell’abbandono. Permanenza e variazioni di un paradigma antropologico e del suo lessico, in “Storia della lingua italiana e storia della musica” (2005).

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