Mangiacuore su “Il Domani”

di Francesca Bonafini

Recensioni a "Mangiacuore"

Il Domani - quotidiano bolognese

Recensione di Sergio Rotino su "Il Domani" di Bologna – giugno 2008

A leggere gli esordi narrativi di molti autori, resta solo la tristezza per quello che poteva essere e non è stato. Accade spesso, ma grazie al cielo non sempre. Qualcosa si salva, perché probabilmente l’autore sapeva già in partenza cosa voleva raccontare e come raccontarlo. Una sensazione bellissima, quando la si incontra. Perché ci fa capire quanto poco di improvvisato ci sia nel lavoro di quello scrittore e quanta intenzionalità, quanta forza abbia messo nello scrivere il suo esordio. In Mangiacuore, esordio sulla lunga distanza della trentatreenne Francesca Bonafini, ci sembra accada proprio questo. La storia è infatti costruita con attenzione e senza sbavature, lavorando con attenzione sui personaggi senza però dimenticare uno sviluppo credibile della storia. Ma dentro le pagine del romanzo colpisce anche la capacità da parte della Bonafini di far scattare un meccanismo assai raro, cioè la voglia di rileggerlo così da sentire ancora una volta le voci che si alzano dai due personaggi principali, da Alfredo e dalla non meglio identificata "ragazza del Nord". Due voci, intrise dell’eco tondelliano di Altri libertini, che riescono a riempire con il loro alternarsi e mutare l’intero arco della storia proposta da questa autrice. Voci che si offrono come una via alternativa al classico universo giovanilista, dipinto oramai costantemente come preda di un narcisistico solipsismo depressivo o modellato attorno a una filosofia e una antropologia che diventa vera solo grazie alla quantità targhettizzata di oggetti citati. In Mangiacuore questa ragazza e questo ragazzo descrivono una realtà concreta, che scommette tutto sulla credibilità della situazione. Per essere più precisi, i due personaggi sono completamente immersi dentro questa realtà che si muove  di pari passo con le azioni che compiono, con le decisioni che prendono, reagendo a e ragionando sopra quanto accade sia dentro sia fuori di loro. La "ragazza del Nord" (un Nord vago, riconducibile a Bologna: città mai agita, solo nominata) e Alfredo – tossico romano in cerca di cure e di un luogo in cui trasformare il suo ribellismo negativista adolescenziale in una possibile adultità – non fanno altro nei cinque capitoli di questo purtroppo breve romanzo. E per comunicare il loro essere dentro il movimento della realtà, il loro essere la realtà stessa, era importante dotarli di voci che, come ha intelligentemente fatto Bonafini, si opponessero e si intersecassero vicendevolmente, travasando dall’una all’altra quella sorta di moderno male di vivere che ci possiede tutti. Una realtà quindi dove il percorso che dal dolore porta alla felicità non è mai univoco, dove quella specie di ottimismo della ragione tramutato in ostinazione dietro cui si cela la protagonista non è altro che lo specchio di quanto va facendo Alfredo: il fuggire dalle comunità per poi volerci ritornare, l’ubriacarsi, il diventare violento a parole più che nei fatti, blaterando a vuoto, proprio come un tardivo adolescente contro il mondo bestia. Che poi è il mondo degli affetti, la sua famiglia e questa ragazza settentrionale. La famiglia e la casa sono un crocevia fondamentale in Mangiacuore, perché è in queste due situazioni che va poi a ispessirsi il rapporto con la realtà dei due personaggi principali ed è in esse che si innesca per loro lo scontro e il rispecchiamento. La casa e la famiglia di Alfredo diventano perciò il luogo catartico della vicenda, diventano il luogo di una presa di coscienza che si andrà a sviluppare in seguito e porterà a sviluppi inattesi. In qualche modo, fra quegli affetti e fra quelle mura più che altrove, si compie quanto avveniva nella Zona descritta anni addietro da Tarkovskij nel suo Stalker. Lì si avveravano i desideri più intimi di chi riusciva a raggiungerla, qui si arriva a strappare il velo di Maya dai propri occhi, si impara a conoscersi per quello che realmente si è.

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